In meno di 48 ore l’appello promosso da Articolo 21 contro la norma bavaglio del Pdl definita “anti Gabanelli“, ha superato le 10mila firme. E forse sarebbero ancora di più, adesso, se il sito non fosse stato bloccato. “Il sito internet di Articolo21 – si legge infatti cliccando la pagina dell’associazione – è fuori servizio per un duplice problema: tecnico e ‘vandalico’. Abbiamo promosso un appello contro l’emendamento di un senatore del Pdl ribattezzato “Ammazza Gabanelli” e che rischierebbe di colpire chiunque tenti di fare davvero il mestiere del cronista e di stroncare il giornalismo d’inchiesta azzerando addirittura i free lance, colpendo non solo nomi famosi ma anche chi indaga contro criminalità e corruzione”.

Un problema tecnico che, per il direttore di Articolo 21 Stefano Corradino, non è soltanto una mera coincidenza. “E’ vero che, grazie al sostegno dei social network e del Fatto Quotidiano, c’è stato un boom di accessi – ha detto al telefono della redazione del Fattoquotidiano.it – ma i nostri tecnici hanno affermato che, se il problema fosse stato soltanto quello, avremmo risolto tutto in poco tempo. E invece siamo bloccati da sabato notte a causa di numerosi attacchi hacker. Adesso abbiamo ripristinato la pagina impedendo però la possibilità di firmare sul sito. Per chi volesse farlo può andare sulla nostra pagina Facebook“. 

L’emendamento presentato dal senatore del Pdl Giacomo Caliendo (ex sottosegretario alla Giustizia) nel quadro della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, porta il nome della conduttrice di Report perché, se dovesse passare, “renderebbe ‘nulle’ – affermano – tutte le clausole contrattuali che prevedono che l’editore tuteli il giornalista accollandosi le conseguenze economiche delle sanzioni in seguito al lavoro giornalistico. Toglierebbe in pratica ogni paracadute ai giornalisti, dipendenti o collaboratori esterni, rischierebbe di colpire chiunque tenti di fare davvero il mestiere del cronista e di stroncare il giornalismo d’inchiesta azzerando addirittura i free lance, colpendo non solo nomi famosi ma anche chi indaga contro criminalità e corruzione”.

L’appello di Corradino e del portavoce dell’associazione Giuseppe Giulietti “Nessuno tocchi la Gabanelli e l’articolo21 della Costituzione” è un netto “no a nuovi bavagli contro quelli che, come Report, non hanno mai esitato a contrastare mafie e logge di ogni sorta e i loro intrecci perversi. Ad Acquasparta il 9, 10 e 11 novembre metteremo a punto una specifica proposta su questo tema che presenteremo a tutte le forze politiche”. Fino ad allora, si legge sul sito, si spera di risolvere il problema tecnico in poche ore. Difficile però, considerando l’assenza di finanziamenti, sia privati e pubblici. 

Il ddl si inserisce nel percorso che sta portando in commissione Giustizia al Senato la legge salva Sallusti, e che però rischia di configurarsi come una nuova legge bavaglio. Gustavo Zagrebelsky su La Repubblica scrive: ”Neppure il fascismo aveva previsto una disciplina del genere. Il codice penale prevede lo schermo del direttore responsabile e tutto, da allora, è riconducibile a quella figura. Nel momento in cui però si estende la responsabilità all’editore, allora il sistema di garanzie e di diritti, il delicato equilibrio che è alla base del diritto di informare e di essere informati rischia di essere compromesso”. 

“La pena detentiva – sottolinea a proposito del caso Sallusti – è prevista dalla legge penale e il problema dell’ adeguatezza della pena è annoso, non nuovo. Va detto, però, che nel caso dell’articolo in questione non si tratta di opinioni, ma dell’attribuzione di fatti determinati risultati palesemente falsi. Il reato consiste nell’omessa vigilanza circa un fatto che non riguarda la libertà di opinione. Si può discutere se il carcere sia la misura più appropriata”. “La mia risposta – precisa – è no. Il carcere non è adeguato. In questo, come in tanti altri casi, non è la misura opportuna”.

La vera questione però per il costituzionalista è “la chiamata in causa dell’editore“: “Nel momento in cui si estende la responsabilità al proprietario dell’impresa editoriale – precisa, – è chiaro che questi farebbe di tutto per prevenirla e ciò gli darebbe il diritto d’intervenire nella gestione dell’impresa giornalistica, un’impresa molto particolare, nella quale la libertà della redazione deve essere preservata dall’intervento diretto della proprietà, cioè del potere economico”.

E le attenzioni riservate all’editore, c’entrano poco o nulla, secondo quanto scrive l’avvocato Caterina Malavenda su Il Corriere della Sera, con il disegno di legge all’esame della Commissione. “L’ipotizzato annullamento – scrive – della sua volontà contrattuale, se intende farsi carico dei danni da diffamazione; l’obbligo di restituire una parte dei contributi per l’editoria, che ha ricevuto dallo Stato con il rischio di perderli addirittura per un anno o la previsione di una sanzione amministrativa a suo carico, che potrebbe arrivare fino a 750mila euro, se un suo giornalista diffama o se il direttore non pubblica una rettifica, cosa sono se non un modo raffinato e devastante di contrapporlo alla redazione?”. 

Il disegno di legge sulla diffamazione, se approvato, afferma l’avvocato, “pur abolendo il carcere per salvare Sallusti, disarticolerà, demolendo, un sistema di pesi e contrappesi che ha retto per oltre 60 anni, tutelando gli interessi economici degli editori, senza penalizzare eccessivamente i giornalisti e tenendo nel giusto conto le ragioni dei diffamati. Dobbiamo abolire il carcere per i giornalisti perché ‘ce lo chiede l’Europa‘, sostengono in Commissione. Ma cosa fanno i nostri senatori? Scrivono emendamenti che prevedono, a caso e senza alcuna giustificazione, il pagamento di somme sempre più alte, multe, danni, riparazioni pecuniarie, una sorta di gara al rialzo in cui è in palio quella stessa libertà di informazione, che pretenderebbero di difendere, eliminando il carcere”.   

Francesco Merlo su La Repubblica ha sottolineato che basta guardare le carte, “leggere la montagna di emendamenti per capire che la galera di Sallusti è il pretesto per dare corpus legi ai rancori della politica. Anche se non ti aspetti che il rancore sia così bipartisan. Il senatore Felice Casson, per esempio, un magistrato di sinistra, pretende come pena accessoria obbligatoria e non più facoltativa che il giornalista diffamatore recidivo sia interdetto, insomma non possa più scrivere, da uno a tre anni. Quasi come il senatore Lucio Malan che però è scatenato e dunque immagina un’interdizione perpetua”.

“Di Lucio Malan – nota il giornalista – fotografato mentre faceva il pianista con tutte e due le mani in apparati di voto, si ricordano furiose lettere di smentita. Un giorno lanciò il libro del regolamento contro il presidente Marini. Espulso, per otto ore rifiutò di lasciare l’aula. Persino Wikipedia racconta che il Venerdì di Repubblica scrisse che aveva assunto la moglie come segretaria particolare e Il Fatto Quotidiano aggiunse che aveva ‘contrattualizzato’ presso la sua segreteria anche la nipote. Più allegro il rapporto di Casson con i giornali. Quando era magistrato ottenne risarcimenti record. E si racconta la storia di due Mercedes che il senatore chiamava Montanelli 1 e Montanelli 2 perché comprate con i risarcimenti di Indro“. 

Ovviamente, aggiunge Merlo, “bisogna sapere distinguere. A volte il rancore può essere giustificato. Ma è sicuro che i rancorosi produrranno comunque solo norme rabbiose, il contrario dell’equilibrio della legge. Troppi politici hanno il dente avvelenato contro i giornalisti. È come se la legge sui medici fosse affidata a una commissione di pazienti”.