Potrebbero essere destinati all’ippoterapia e trascorrere gli ultimi anni della loro vita in un centro specializzato, per migliorare la salute dei pazienti, spesso bambini con disturbi del linguaggio, del comportamento, o sindrome di Down. Invece per i 19 cavalli sfrattati dal Centro regionale di incremento ippico di Ferrara, chiuso a marzo, la via è una sola: quella del macello. A stabilirlo, almeno indirettamente, è la Regione Emilia Romagna, proprietaria degli animali, che alle sollecitazioni delle molte associazioni animaliste intervenute per salvare gli equidi ha risposto con una sola obiezione. Il problema, in un momento in cui l’intera politica italiana è analizzata nei minimi dettagli, in tempo di scandali, sprechi e regalie, e con la guardia di finanza ormai onnipresente in viale Aldo Moro, è sempre lo stesso. La Corte dei Conti.

Per salvare gli animali, infatti, inquilini del centro ormai in disuso che aveva sede nell’Ippodromo di Ferrara, vittima, come quello di Bologna, dei tagli all’ippica apportati dal governo, la Regione dovrebbe cambiare la destinazione d’uso dei cavalli. Che attualmente prevede la macellazione per “produzione di alimenti per consumo umano (Dpa)”, com’è scritto nel loro libretto anagrafico. Modificarla, spiega in una comunicazione ufficiale proprio l’assessorato all’Agricoltura, comporterebbe però “la diminuzione del valore” degli animali, ed esporrebbe la Regione “a rilievi da parte della magistratura contabile”.

“Eppure l’assessorato ci aveva promesso un intervento per salvare la vita degli cavalli” ricorda Lilia Casali, presidente di Animal Liberation di Bologna. Dopo la chiusura del centro, sopraggiunta la necessità di ricollocare gli animali, l’assessorato, il 13 settembre, ha incontrato le associazioni annunciando l’intenzione di aprire un’asta pubblica, che si è svolta il 14 settembre. “Prima che le buste con i nomi dei vincitori fossero aperte, abbiamo chiesto alla Regione di inserire una clausola perché la dicitura fosse cambiata e ci è stato risposto che i funzionari dell’assessorato si sarebbero impegnati a contattare i possibili acquirenti per porre la condizione”. Ovviamente, gli allevatori avrebbero potuto rifiutarsi. E così è stato.

“Ci è stato detto di attendere perché se avessimo sollevato la questione si sarebbero potuti creare problemi di turbativa d’asta. Invece, il 24, l’assessorato si è rimangiato la parola data”. Dopo che alle associazioni è stato comunicato che due dei quattro allevatori vincitori dell’asta avevano rifiutato la clausola, tanto che l’ufficio legale, per non creare disparità tra gli acquirenti, “aveva dovuto cancellarla per tutti”, attraverso una comunicazione ufficiale, col logo di viale Aldo Moro, è arrivato il ‘no’ definitivo.

A quel punto, le associazioni si sono offerte di corrispondere la differenza di valore tra un animale ‘dpa’ e uno non destinato alla produzione alimentare, senza esito però. “Si tratta di poche migliaia di euro in tutto, equivalenti allo 0,00015% del bilancio della Giunta – spiega la Casali – è una cifra irrisoria e con tutto quello che è emerso fin d’ora dalle indagini non ha senso preoccuparsi di quella che sarebbe a tutti gli effetti un’azione positiva”.

La soluzione, per gli animalisti che hanno avviato una campagna a suon di email di protesta da inviare proprio all’assessorato competente, è una sola: donare a una Onlus gli animali, affinché “possano vivere serenamente dopo una vita di sfruttamenti al servizio dell’uomo” e si “renda un servizio alle tante realtà che in Emilia Romagna utilizzano la pet therapy per migliorare la salute di molti pazienti”. Tra l’altro, la stessa legge 10/2000 consentirebbe al Parlamentino di donare gli animali, “così come avviene, ad esempio, per i beni sequestrati alla mafia – ricorda Andrea Defranceschi, consigliere del Movimento 5 Stelle – ma ormai hanno tutti paura della Corte dei Conti”.

E comunque, spiega anche il pidiellino Malaguti, “dubito fortemente che per un importo così basso ci sia qualche magistrato disposto a portare in giudizio la Regione, e se anche fosse, il rispetto per la vita è più importante della burocrazia”.

A meno che non intervenga il Presidente della Giunta, Vasco Errani, tuttavia, la situazione sembra destinata a rimanere bloccata. Perché, come ha ribadito Davide Barchi, funzionario dell’assessorato all’Agricoltura contattato da ilfattoquotidiano.it, “noi non possiamo abbassare il valore di un patrimonio della Regione, cosa che accadrebbe sia donando il bene, sia cambiando la dicitura. La Corte dei Conti ormai controlla tutte le azioni delle istituzioni, giustamente, e dobbiamo procedere con la vendita. Poi, qualora il patrimonio non fosse richiesto da nessuno, si potrà valutare una donazione”.

A quel punto, però, almeno per una parte degli animali potrebbe essere tardi. “Io credo che la Regione debba fare molto di più – chiarisce Liana Barbati, consigliere regionale dell’Italia dei Valori – credo che si possa trovare una formula per effettuare la donazione, e se la Corte dei Conti dovesse indagare ben venga. Noi siamo stati i primi a presentare una proposta per chiedere trasparenza sui bilanci del gruppo, che tra l’altro sono pubblicati online”.

Lunedì, quindi, i consiglieri regionali Giuseppe Paruolo, Pd, Andrea Defranceschi, M5S, Liana Barbati, Idv, Gabriella Meo, Sel Verdi, e Mauro Malaguti, Pdl, che presenterà in aula un’interrogazione a risposta diretta, incontreranno l’assessore Tiberio Rabboni “per chiedere un intervento immediato – spiegano .– Non bisogna essere animalisti per credere che sia eticamente sbagliato mandare a morte quegli animali”.

Perché dopo tutto quello che è successo, dopo l’anno nero della politica italiana, costellato da scandali, sprechi e regalie, “gli elettori non sono più disposti a dare assegni in bianco ma giudicano i fatti concreti – attaccano – e se l’assessorato venderà gli animali senza garanzie, se questi dovessero essere uccisi e macellati, allora dovrà risponderne pubblicamente”.