Dal 3 ottobre, di fatto, molte migliaia di malati afflitti da malattie della retina, non si potranno più curare perché un farmaco di dimostrata efficacia, utilizzato quotidianamente in tutti i reparti oculistici del mondo, sostenuto da una poderosa letteratura scientifica e, oltretutto, poco costoso, è stato di fatto estromesso dall’Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) dalla sua ordinaria circolazione in campo oculistico. Il farmaco si chiama Avastin.

Una vastissima produzione scientifica, la maggiori associazioni oftalmologiche del pianeta, casistiche sterminate dimostrano l’utilità dell’Avastin in alcune, diffuse, gravi malattie degli occhi che non hanno alternativa terapeutica. Con le dosi utilizzate in oculistica scarsissimi i suoi effetti collaterali generali. Scarsi percentualmente anche quelli conseguenti alla sua iniezione dentro l’occhio. D’altronde, dall’aspirina in su, non esiste farmaco che non possa avere gravi reazioni avverse.

L’Avastin consente a centinaia di migliaia di pazienti nel mondo di continuare a vedere, leggere, guidare, compiere le azioni della vita quotidiana e per questo è divenuto un farmaco in un certo senso perfino “popolare”.

Ora, dopo le direttive dell’Aifa, è praticamente fatto divieto agli oculisti di utilizzarlo.

L’Aifa segnala una potenziale tossicità che però, alle dosi oculari, non è segnalata come rilevante tanto da controindicare l’Avastin. E ci ricorda l’ovvietà di come una puntura intraoculare comporti il rischio di complicanze la cui incidenza è comunque minima rispetto all’uso diffusissimo del farmaco. L’Avastin viene di norma praticato in sala operatoria, con le precauzioni di un intervento chirurgico complesso perché la sua somministrazione consiste in una puntura dentro l’occhio. Ovvio che un chirurgo responsabile cauteli il malato dal rischio in tutti i modi. Ovvio che un’azione chirurgica contenga in sé un rischio. Le complicanze sono un corollario dell’attività medica, esistono. Ovvio che si agisca in modo che le complicanze vengano ridotte al minimo. Però quel “minimo” esiste. Ci fanno i conti i pazienti, lo sanno, vengono informati. Sanno che la “sicurezza” non esiste e tanto meno la “garanzia di sicurezza” di cui parla l’Aifa. Ma poiché i malati, categoria della quale faremo tutti parte, comprendono che il rapporto rischio beneficio è a favore del beneficio, accettano il trattamento. D’altronde le leggi prevedono, da prima che l’Aifa esistesse, sanzioni e pene per la colpa medica se non si è rispettato un protocollo certificato.

Se un farmaco è utile, ha il supporto di una serie impressionante di esperienze verificate scientificamente, se è utilizzato da medici esperti, se la cura non ha alternative valide, allora è logico, etico, corretto e doveroso utilizzarlo.

Infine, l’Aifa esclude l’Avastin dalla lista della cosiddetta Legge Di Bella e lo rende non rimborsabile. Così se qualche specialista volesse continuare a usarlo, non potrebbe perché il Sistema Sanitario Nazionale non paga più. Ce lo chiede l’Europa? No, l’Europa ha solo diramato informazioni, peraltro già ampiamente note, sul farmaco.

In molti ospedali italiani, si riusciva a preparare, con i requisiti richiesti, una dose di Avastin con poche decine di euro e sono state praticate innumerevoli iniezioni e migliorato tantissimi quadri clinici altrimenti non trattabili. Altrimenti non trattabili. Dal 3 ottobre non è più possibile.