Sabato 20 e domenica 21 ottobre si parla di comunità a Novellara, città emiliana di grande ospitalità, nell’ambito del festival Uguali_Diversi, a cui si è aggiunta quest’anno l’assemblea di “Cittaslow”, il movimento che raccoglie quei comuni che si impegnano a migliorare la qualità della vita dei loro abitanti, sulla scorta dell’esperienza di “Slowfood”.

Il network di “Cittaslow”, che raccoglie 150 comuni di 25 paesi diversi, è stato indicato da Zygmunt Bauman come uno dei diciotto fattori necessari per lo sviluppo futuro. E proprio Bauman è la star più attesa della due giorni all’insegna della cultura e del buon cibo, anche se in assenza: infatti il suo intervento è stato registrato in precedenza e quindi proiettato nel Teatro Tagliavini nel pomeriggio di sabato.

Le parole di Bauman suonano conferma dello sforzo di recuperare i valori della comunità, legata al locale, ma inscindibile dalla società, estesa ormai a livello globale. Di fronte a un mondo “liquido”, caratterizzato da incertezza, precarietà, isolamento, riemerge il bisogno di stringere relazioni sociali (anche in rete), recuperare il senso della comunità perduta. Quella comunità che Ferdinand Tönnies aveva giudicato inconciliabile con la società moderna.

Quando Tönnies scriveva Comunità e società, alla fine del secolo XIX, la comunità era considerata un concetto arcaico appartenente al passato. Un secolo dopo la comunità torna a rivestire un ruolo determinante. Non solo grazie a Victor Turner, l’antropologo che ha parlato della compresenza di communitas e societas, ma soprattutto a Bauman, dove i due termini cari a Tönnies si collocano su due piani distinti.

La comunità sopravvive nel locale, nell’ambito in cui si è nati, ci si è formati e dove si mantengono i legami forti, gli affetti, la cultura. La società è totalizzante, sempre più vasta, incontrollabile e pertanto sconosciuta. Ne consegue l’insicurezza e la paura di viverla.

Anche se tendiamo a tornare alla comunità, non è possibile rifugiarci in essa. Le esigenze professionali, lavorative, familiari, la scelta di affrancarci da un luogo ristretto e la ricerca dell’autonomia ci portano lontano dalla comunità, che però resta in noi come una sorta di “imprinting”, di cui non riusciremo più a liberarci.