“Nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma”. Se valesse anche per i giornali, la scomparsa delle testate cartacee con la sola sopravvivenza delle edizioni online dovrebbe accompagnarsi a un’adeguata fatturazione pubblicitaria. Fermo restando che, come al New York Times e al Guardian, anche nelle migliori famiglie i cronisti se ne vanno. Tradotto: i soldi non ci sono più per tutti. 

Prossima defezione in edicola: Newsweek, che dal 2013 non sarà più da sfogliare. Contestualmente il settimanale ha annunciato una “riduzione dei posti di lavoro ed una riorganizzazione delle operazioni commerciali ed editoriali sia negli Usa sia all’estero”. La direttrice Tina Brown ha spiegato che “le difficoltà sono legate alla pubblicità nel settore editoriale”. In più, ha aggiunto, “siamo arrivati al momento critico, a partire da adesso i nostri lettori ci potranno raggiungere sul digitale”. Un cambiamento di prospettiva che “due anni fa non era per nulla immaginabile ma che adesso e negli anni a venire è diventato realtà”, ha detto, ricordando che secondo uno studio dell’Istituto Pew, il 39% degli americani dichiara di informarsi attraverso il web. Alcuni dati di Reuters: la rivista liberal nel 2003 vendeva 3 milioni di copie. Sette anni dopo erano soltanto 1,5 milioni. Nel frattempo, tra il 2007 e il 2009, i ricavi sono crollati del 40%, senza che i costi fissi dei 22 uffici di corrispondenza nel mondo subissero flessioni al ribasso. Il problema è sempre e soltanto uno: la sostenibilità economica. Non ci sono cifre ufficiali sulle perdite del giornale che, tuttavia, pare corrispondano a circa 40 milioni di dollari. 

A doversi trasformare nel mercato dell’editoria, insieme alla proposta dei contenuti studiata ad hoc sul proprio target e all’approccio user friendly sui device elettronici, sono due elementi: la propensione del lettore a pagare per un servizio di informazione e la convinzione degli inserzionisti ad abbracciare l’advertising online. Mentre la trasformazione culturale del business è in nuce, specie in Italia, i gruppi editoriali si arrovellano sulle ipotesi free premium, i contenuti speciali e le app. Davanti, spesso, il vuoto. O meglio, poche proiezioni affidabili di business perché i casi di studio del passato sono ancora pochi o inesistenti. 

Parliamo di Newsweek e prendiamo in considerazione, dunque, gli Stati Uniti, spesso precursori di tendenze di acquisto che si allungano anche in Europa. Secondo un’indagine di Pew Research del 2010, condotta su 755 utenti internet negli Usa, il 33% risulta avere pagato per acquistare musica online. La stessa percentuale lo ha fatto per il software e solo il 18% per l’informazione. Il 3% in più di chi ha comprato suonerie sul web. E-books per il 10% e solo il 2% per contenuti VM18. A questo si aggiunge che il 64% di chi possiede un tablet e il 62% di chi ha uno smartphone usa almeno una volta a settimana il device per le loro notizie. 

Inutile struggersi con la sostenibilità del modello economico di carta. Se n’è andato al New York Times, se ne andrà anche in Italia. Dove i grandi giornali da sfogliare sono ormai convinti che stare a galla a breve termine, e nel migliore dei casi con tagli severissimi, significa far cassa con l’edizione virtuale. Basta struggersi, bisogna sopravvivere. Barry Lowenthal, presidente di Media Kitchen, part della Maxxcom Global Media division di MDC Partners ha commentato così la notizia del Newsweek goes digital: “Stampare non importa. Quel che conta sono buoni contenuti distribuiti sulle piattaforme giuste. Per la maggior parte di noi, le notizie appartengono al formato digitale”. Il 2013 del Newsweek contiene in sè un po’ del nostro futuro. Quindi, in bocca al lupo.