«Ho scelto come nuovo presidente del Maxxi l’ex ministro per i Beni culturali che ha avuto il merito di avviarne il progetto ed intuirne le potenzialità», ha dichiarato Lorenzo Ornaghi, sommerso da un diluvio bipartisan di censure per l’inconsulta nomina di Giovanna Melandri alla guida del maggior museo di arte contemporanea italiano.

Non fa una piega. Come se un ex ministro della Sanità laureato in economia (proprio come la Melandri, del resto) venisse nominato direttore di un ospedale da lui a suo tempo inaugurato, o un ex ministro dei Trasporti laureato in filosofia fosse chiamato a dirigere un aeroporto di cui tagliò il nastro.

Filippo Ceccarelli su Repubblica ed Ernesto Galli della Loggia sul Corriere hanno già spiegato perché questa nomina sia un clamoroso errore. Lo hanno fatto con garbo cavalleresco, perché soffermarsi sullo spessore culturale della Melandri sarebbe come sganciare un’atomica sulla Croce Rossa.

Ma c’è un lato della questione che non hanno considerato. Ed è che la prima, indispensabile condizione per salvare il patrimonio storico e artistico della Nazione (cosa che tutti, a parole, vorrebbero) non sono i fondi, né le leggi: ma è la competenza a prova di bomba che dovrebbero avere tutti coloro che lo maneggiano. In Italia, gli studi di storia dell’arte dovrebbero essere più seri e severi di quelli in ingegneria spaziale (e non lo sono: per colpa della mia corporazione); i concorsi per le soprintendenze e i musei dovrebbero essere durissimi (e invece sono penosi colabrodo); il governo del patrimonio dovrebbe essere lontano anni luce dalle invadenze politiche (e invece è soffocato, colonizzato dalla classe politica più vorace, ma anche più incolta, del globo).

E Ornaghi, in tutto questo, si è trovato come un topo nel formaggio. Unico ministro incompetente in un governo tecnico, ha moltiplicato intorno a sé l’incompetenza come fosse pani e pesci: ha nominato un suo affezionato creato nel Consiglio d’amministrazione della fondazione della Scala; a affidato ad un ignaro filosofo del diritto la guida del Consiglio superiore dei Beni culturali, che poi ha popolato di psicologi, scienziati della politica e rettori milanesi (senz’altro ottime persone, ma del tutto incompetenti in materia): e giù per tutti i rami delle nomine, fino a fare soprintendente di Roma la musealizzatrice dei lucchetti di Moccia.

Ma il più incompetente tra coloro che Ornaghi ha nominato, e poi difeso fino alla soglia del carcere, è quel Marino Massimo De Caro che lo consigliava per 40.000 euro l’anno, e dirigeva la Biblioteca dei Girolamini col placet del Mibac: non era nemmeno laureato, ma in compenso era uno stretto collaboratore di Dell’Utri. Ha rubato solo 4000 dei libri che custodiva. Quasi quasi dobbiamo ringraziare Ornaghi: avesse scelto un ladro competente, oggi non ci sarebbe più nulla.

Naturalmente Giovanna Melandri è un’altra cosa. Ma il presupposto è esattamente lo stesso: se si parla di quel vago divertimento per ricche signore svampite che è l’arte, la competenza non esiste. E siccome finché i musei sono direttamente sotto il Mibac bisogna pur valutare dei titoli, la scorciatoia è quella di trasformarli in fondazioni: Alain Elkann a presiedere la Fondazione del Museo Egizio è forse meglio della Melandri che presiede il Maxxi? Ci pensino, i sostenitori della Fondazione Brera: e tremino, pensando a chissà quale ferrovecchio del sottobosco politico lombardo il pio Ornaghi immancabilmente infognerà alla testa del massimo museo lombardo.

L’orda dei politici rottamati in cerca di sinecure calerà sul patrimonio artistico come uno sciame di cavallette: c’è da scommetterci, siamo solo all’inizio.