Il 25 settembre 2010 era un sabato. Di norma, sarei dovuto rimanere a casa, visto che di sabato non lavoro. E invece, quel sabato era speciale. Dopo una mattinata di attesa spasmodica nella sede di Farefuturo, nel tardo pomeriggio era arrivato il presidente della Camera Gianfranco Fini. Tiratissimo, dopo giorni di polemiche e di attacchi sui giornali, accompagnato dalla storica segretaria Rita e da una concentratissima Giulia Bongiorno.
C’era da registrare un videomessaggio molto delicato e atteso. Bisognava smontare la cosiddetta “macchina del fango”. Quella sera, dopo anni di sofferta astinenza e migliaia di chewing gum masticati, ho rivisto una sigaretta nella bocca di Fini.

Pochissimo trucco, ultimi accorgimenti al gobbo e poi via, si registra: dieci lunghi minuti, convincenti e appassionati, di un uomo che si sentiva sotto attacco per quel dito puntato giusto cinque mesi prima contro il Cavaliere. Io ero lì, a pochissimi metri, dietro una nervosa Giulia Bongiorno che annuiva a ogni passaggio del leader. E sinceramente io, a quell’uomo indignato, ho creduto. Ho creduto a ogni parola pronunciata in quei dieci minuti, o almeno alla sua buona fede. Il cognato, lui no, non mi aveva mai convinto.

Eppure, quella giornata nervosa e interminabile, si concluse con la soddisfazione di tutti: avevamo fatto il nostro dovere. E pochi minuti dopo che Fini aveva lasciato la redazione, il suo portavoce ci aveva fatto arrivare una lettera di ringraziamento da parte del Presidente, per quanto avevamo fatto in quel sabato diverso dal solito.

E visto che io c’ero, forse oggi sono tra i 5-10 individui che più degli altri possono chiedere conto delle ultime novità emerse sull’affaire Montecarlo. Il presidente sapeva? Sapeva, ad esempio, che tra gli intestatari della società immobiliare c’era anche Elisabetta Tulliani? Sapeva che Walfenzao intratteneva rapporti costanti con il chiacchierato Corallo? Sapeva che la casa era stata effettivamente acquistata da Giancarlo Tulliani, attraverso un sistema collaudato di scatole cinesi?

Queste domande vorrei potergliele porre personalmente, perché io c’ero. A tutti gli altri che non c’erano, basterebbe un gesto ancora più semplice: una lettera di dimissioni.