Il disegno di legge che il Ministro della Giustizia, insieme al Governo, hanno avuto il coraggio di presentare alle Camere e che ieri è stato approvato al Senato non merita il trattamento che sta subendo. Ciò sostanzialmente per due ordini di motivi. Il primo è quello di diritto sostanziale, legato alla punibilità senza sconti di reati ad alto disvalore sociale. Non si può infatti pensare che chi abusa di pubblici poteri o funzioni per i propri interessi non possa essere  condannato alla reclusione, ovviamente dopo che sia stata accertata definitivamente la sua colpevolezza. Dal secondo angolo di osservazione, è il diritto cosiddetto “vivente” che non può più tollerare l’elusione di principi morali che sono già alla base del vivere civile, trattandosi di reati e comportamenti che offendono non solo la reputazione del cittadino onesto, ma anche l’economia e l’ordine pubblico. Con particolare favore deve guardarsi l’introduzione della incandidabilità di soggetti che risultino coinvolti in queste nefandezze.

La previsione di nuove ipotesi di reato va ad arricchire un quadro di strumenti penali di contrasto anche al crimine organizzato, che della corruzione si serve per trovare nuovi canali di trasferimento nel mercato legale di risorse provenienti dall’economia illegale.

Nessuna resistenza parlamentare si può spiegare ragionevolmente in questo frangente storico: e non si tratta di demagogia, ma di una realistica considerazione circa l’opportunità di contrastare un fenomeno che ci sta esponendo alle censure ed alla ilarità della comunità internazionale. Con la differenza che negli altri Paesi europei e soprattutto degli Stati Uniti, queste tipologie di reati subiscono un trattamento particolarmente severo, sia dalle leggi che dall’opinione pubblica.

Noi dobbiamo ancora attrezzarci, ma i segnali in entrambe le direzioni sono incoraggianti.