Hýbris (dal greco ὕβρις) significa “tracotanza“, “eccesso“, “superbia“, “orgoglio” o “prevaricazione”. Nelle tragedie greche la hýbris, peccato compiuto da chi offende con prepotenza e tracotanza vien punita dalla “némesis“, in greco νέμεσις, che significa “vendetta degli dei”, “ira”, “sdegno”. Riportiamo tutto questo ala nostra epoca. Chi pecca di tracotanza, presunzione, prepotenza? indubbiamente molti dei nostri politici, inflazionati dal potere, dai voti raccolti che per loro assumono lo stesso potere psicologico che ha per un povero ricco, il suo danaro.
Più voti ho più sono superiore a voi, l’unto dal popolo, l’unto dal signore, dalla volontà popolare: questo per il piccolo grande ego del politico è un pericolo. Maurizio Gasparri su Twitter insulta chi lo critica dicendo “tu hai pochi follower, non conti niente”. Ci rendiamo conto della pochezza psicologica di codesti individui? e del pericolo che rappresenta questo peccato di Hýbris per la loro psiche e per il nostro benessere  di cittadini?
 
Lord David Owen sulla rivista “Brain” ha parlato di vera e propria sindrome clinica riscontrabile in alcuni politici: “Il quadro è simile a quello di altri tre disturbi della personalità, quello narcisistico, l’istrionico e l’antisociale. Il medico e politico inglese descrive la sindrome come caratterizzata da comportamenti arroganti e ispirati a presunzione, che si accompagnano ad una preoccupazione maniacale per la propria immagine. Secondo gli psicologi questo quadro mentale si presenta il più delle volte nelle persone che gestiscono il potere, specie se ciò si protrae nel tempo e se al potere si aggiunge il successo. Secondo uno studio condotto da Owen e dalla Jonathan Davidson alla House of Lords di Londra con la collaborazione del Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Comportamentali, Duke University Medical Center, Durham, Usa, pubblicato nel 2009, quando i tratti negativi della sindrome vengono fuori nei leader politici, la capacità di prendere decisioni viene seriamente compromessa, portando a conseguenze disastrose in ambito politico e sociale”. 
Chi soffre di questa  sindrome, che infondo non è che una sfumatura del vecchio noto narcisismo, è pericolosamente interessato solo  alla propria immagine, per capire basti vedere il caso Formigoni in cui il Celeste ha perso il contatto con la realtà, parlando e  persino twittando mosso da impulsi imprudenti e nervosi che lo conducono alla totale incompetenza. Questa sindrome è caratterizzata da comportamenti arroganti e ispirati a presunzione, che si accompagnano a una preoccupazione maniacale per la propria immagine. Non serve creare nuove sindromi perché infondo il disturbo narcisistico, quello antisociale e quello istrionico, inclusi nella classificazione americana dei disturbi mentali (it Dsm IV) spiegano già ampiamente il pericolo che incorre un individuo  gestendo il potere, specie se ciò succede a lungo. 
 
Vi lascio con un esempio di “intossicazione da potere” di cui sono venuta a conoscenza tramite una ragazza precaria della scuola, Dalia Collevecchio (stesso cognome ma nessuna parentela). Leggete come un sindaco che si definisce “uomo di sinistra” ma che è stato eletto con voti di destra, si rivolge a questa cittadina. Leggetelo perché questi abusi lessicali, questi piccoli uomini che si sentono onnipotenti perché in possesso di pacchetti di voti sono attorno a noi ogni giorno, non si vedono solamente nella Tv. Un sindaco che si rivolge ad una cittadina dicendo “lei ha orinato fuori dalla tazza, vada a pulire le spiagge” è evidentemente fuori logo, forse non è conscio del fatto che siamo usciti dal feudalesimo, che non ci sono più i sudditi e che chi è eletto è al servizio dei cittadini, non è un sovrano assoluto.
 
“A Roseto degli Abruzzi, nel corrente anno, non sono stati elargiti i sussidi per il caro-affitti. La Regione ha pensato bene di applicare un criterio vecchio del 2003 che assegna fondi solo a centri urbani con alta densità abitativa. Come cittadina, prima ancora che come esponente di un partito, ho chiesto un appuntamento al sindaco per chiedere delucidazioni in merito. Ero certa che, nonostante la mia attività di opposizione politica, il sindaco avrebbe ascoltato le mie istanze. D’altronde egli è sindaco di tutti i cittadini, non solo di quelli della sua parte politica. Ciò che ho incontrato è stato invece altro…appena il primo cittadino ha ricollegato il mio nome al ruolo politico, ha cominciato ad attaccarmi. A niente è valso il mio tentativo di spiegare il problema dei caro affitti e delle 20 famiglie che ne sono prive. Mi ha interrotto dicendomi “Lei ha…ha … urinato fuori dalla tazza, io sono andato a documentarmi su di lei, chi è lei? Cos’ha fatto? So che ha preso una manciata di voti, so che il suo partito non vale niente e in democrazia chi non prede voti non esiste. Lei non è tra i leader politici storici di Roseto, chi è lei? Non ho mai sentito parlare di lei!”
 
Sono rimasta allibita, esperendo un forte disagio, un sentimento di impotenza. Ho cercato di riportare l’attenzione sul problema delle venti famiglie ma niente, lui continuava a dirmi che dovevo andare a pulire le spiagge libere, perché qualunque cosa io dicessi, era detta da una senza voti e che quindi, secondo il suo ragionamento, non valeva nulla. Come se non bastasse ha cominciato ad imitare la mia voce, forse preso dall’ira e ad usare anche un linguaggio vagamente volgare, mentre io ero combattuta tra la voglia di scappare e quella di tirargli in faccia una delle tante pile si fogli sul tavolo. Addirittura, nonostante egli sia stato eletto come sindaco del centro destra, ha continuato a definirsi di sinistra e tentato anche di interrogarmi sugli schieramenti come avessi 12 anni. Nessuna vergogna per il cambio di casacca, nessun accenno al fatto che da amministratore egli dovesse tutelare anche me. Niente di niente. Solo ingiurie e attacchi in cui l’onnipotenza del suo ruolo rendeva inutile ogni mia, pur sollevata, obiezione. Da precaria della scuola, adesso disoccupata e da donna, da cittadina prima e solo poi da militante politica di minoranza, avverto un senso di smarrimento totale. Più che cittadina mi sono sentita un miserrima serva della gleba in cerca di elemosina da un tracotante signorotto locale che mi ha attaccato nella sua lussuosa tana. Signorotto che non ha esitato a vendicarsi attaccandomi sul piano personale, per tutte le critiche politiche che fino a ieri gli ho rivolto.
Dalia Collevecchio.”