Un voto in cambio di un favore. 50 euro, un terreno, un piccolo impiego. Oppure ancora: ti candidi con quella lista? Allora vorrà dire che non potrai più lavorare e non ti manderemo più clienti. Minacce che sembrano provenire da un’altra epoca e che invece sono storie all’ordine del giorno nella Repubblica di San Marino. L’11 novembre si svolgeranno le prossime elezioni, le più discusse della storia sanmarinese e i riflettori sono puntanti su regole e legalità. A sconvolgere la vita tranquilla del piccolo stato estero, il rapporto della commissione antimafia dello scorso settembre, che ha rivelato profonde relazioni tra politica e mafiosi. Una tangentopoli locale che si era sperato potesse cambiare le carte in tavola e mettere la parola fine ad anni di cattiva politica.

E invece no, nel concreto le cose sembrano ancora vincolate a vecchie dinamiche di potere. È notizia di pochi giorni fa infatti, l’apertura di un fascicolo di inchiesta da parte del Tribunale di San Marino sulle voci che riguardano le pressioni per influenzare le candidature. Nessuna ipotesi di reato e nessun indagato ancora, ma le indagini sono appena cominciate. Il primo teste sentito dal commissario Laura Di Bona è Alessandro Rossi, leader di Sinistra Unita, che ha parlato come persona informata dei fatti.

“Situazioni di questo tipo, – dice Rossi, – non sono una novità nel nostro paese. Purtroppo è difficile dimostrarlo concretamente davanti ai magistrati. Abbiamo intenzione di mantenere alta la guardia e segnalare tutto quello che ci sembra sospetto. Già nel 2006, in occasione delle scorse elezioni, abbiamo avuto a che fare con questo tipo di pratiche e in molti abbiamo documentato la compravendita. È venuto il momento di mobilitare la cittadinanza perché questi episodi non si ripetano più”. San Marino è nell’occhio del ciclone da alcuni mesi e ora la preoccupazione è che, con le elezioni, non arrivi la tanto attesa svolta. “Qui il problema, – conclude Rossi, – è che la politica è dequalificata. Chi ha le competenze e le capacità per mettersi a servizio della cosa pubblica preferisce restare a guardare. Alla parte migliore del paese manca un senso dello Stato che gli permetta di mettersi al servizio dei cittadini”.

Al coro di denunce per la compravendita dei voti, si aggiunge il movimento Rete, uno dei movimenti nati dalla società civile e che insieme a Civico 10, Per San Marino, San Marino 3.0 da alcuni mesi predicano l’importanza di un cambiamento concreto nella politica sanmarinese. “È una pratica, – afferma Roberto Ciavatta di Rete, – che si ripete ad ogni elezione. E le proposte vanno dalle offerte di lavoro, fino al pagamento di vitto e alloggio per tutti gli elettori che vengono dall’estero. Purtroppo sono voci ed è difficile dimostrarle se nessuno fa una denuncia. Nel 2006 abbiamo filmato taxi che accompagnavano gli elettori provenienti dall’estero a votare, ma non è bastato. Nei prossimi giorni verrà in visita l’OCSE per verificare che tutto proceda per il meglio durante le nostre elezioni, speriamo possa darci garanzie istituzionali”.

La denuncia del movimento Rete che, come San Marino 3.0 e Per San Marino si presenterà alle elezioni senza essere coalizzato, è che nella pratica non stia cambiando nulla: “La sensazione è che queste siano viste come le elezioni dove tutti possono ancora arraffare qualcosa prima che cambino veramente le cose. Noi abbiamo deciso di non scendere a compromessi e quindi di candidarci da soli, perché uno dei paletti che abbiamo è che i candidati non abbiano mai ricoperto ruoli istituzionali. È l’unica strada per il cambiamento”.

Ma la battaglia dei movimenti civici di San Marino si presenta più ostica del previsto. A mettere i bastoni fra le ruote è in primo luogo la legge elettorale, proporzionale a collegio unico, che penalizza tutti coloro che si presentano senza liste di coalizione. “E non solo, – aggiunge Roberto Ciavatta, – per noi la strada verso il Consiglio Grande e Generale è in salita anche a causa della difficoltà di partecipare alla campagna elettorale”. Infatti, come denunciato da Matteo Zeppa, esponente di Rete, ci sarebbe un listino prezzi che i mezzi di informazione presentano ai candidati ogni volta che vogliono apparire sui giornali. Una vendita di spazi di propaganda politica dove però mancano regole precise. “In questo modo, – conclude Ciavatta, – noi siamo automaticamente tagliati fuori: soldi per comparire sui giornali non vogliamo darne, anche perché le nostre campagne elettorali sono totalmente autofinanziate. Non ci resta che farci conoscere in rete, tra blog e giornali indipendenti. Anche se naturalmente questo lascia il potere dell’informazione in mano ai soliti pochi”.