D’impulso, quando ho visto il video in cui un bambino di 10 anni veniva portato via a forza da scuola, trascinato via di peso contro la sua volontà, e malgrado non abbia fatto nulla per meritarsi un simile trattamento, ci sono rimasta così male, come tanti di noi, che volevo scrivergli, per dirgli che lo pensiamo. Poi mi son resa conto che ritrovare la pace non implica ricevere valanghe di lettere di persone contrite e sconosciute, e preferisco quindi rifletterne qui con voi. 

Ritengo che sia una fortuna che noi si possa condividere questo fatto doloroso, grazie al video. Anche se questo illustra la cosa da un punto di vista parziale, ci da la possibilità di vedere, di non chiudere gli occhi di fronte alla sofferenza che provochiamo quando non riusciamo a trovare una soluzione ai conflitti. Quanti ce ne sono di situazioni simili, di cui non sappiamo nulla?

Perché scene simili non accadano più, abbiamo bisogno, a tutti i livelli della nostra società, di una cultura della pace e della mediazione tra bisogni diversi, tra le diverse volontà dei soggetti implicati.

Forse sarebbe utile iniziare dalla scuola elementare con corsi che trattino i “diritti dell’essere umano”, compreso quello a vivere insieme civilmente.

La mediazione, mi sembra, è un passo “obbligatorio” per i conflitti tra vicini di casa, condominiali. Certo, l’obbligatorietà non implica che la mediazione funzioni, purtroppo, anzi, spesso l’effetto è il contrario. Le persone, in genere, vogliono “vincere” in un conflitto, non trovare una soluzione che piaccia a entrambe le parti, mi dicevano degli avvocati, partecipanti a un mio seminario sugli strumenti cognitivi della mediazione.

Nel caso in questione, una delle due parti svaluta la volontà del ragazzino, dicendo che è condizionato da altri, quando dice che vuol stare con la mamma. Chiunque è condizionato dalle proprie convinzioni, che ognuno di noi crede assolutamente “vere”, tuttavia svalutare quel che una persona sente non è una strada che porti alla comprensione vicendevole, visto che implica un “io so meglio di te come ti senti veramente e di che cosa hai bisogno”, una mancanza di rispetto verso il sentire dell’altro.

Un mediatore/una mediatrice hanno bisogno invece, per poter dare una mano alle parti a trovare la loro soluzione insieme, di una comprensione più ampia di quel che accade: hanno bisogno di un’empatia per la situazione dolorosa nel suo complesso. Sono sopra alle parti nel senso di non “voler far vincere” nessuno, se non la soluzione pacifica che faccia stare il meglio possibile tutti gli implicati.

Per riuscirci è utile renderci conto che perfino tutta la violenza che le persone in un caso simile esprimono, in fondo, è un segno di affetto, certo, gestito malamente: ma possiamo imparare insieme, nella mediazione, a dare un significato costruttivo a quel che accade. A stare davvero dalla parte della situazione nel complesso, e del bambino in particolare.

Nessuno è calmo e gentile a comando: per essere gentili si ha bisogno di essere sereni, e invece in un caso simile i genitori han paura di perdere la cosa più importante per loro, il rapporto di confidenza e amore col figlio. I genitori non possono dunque essere calmi, anzi sono terrorizzati. Credono di dover lottare per frequentare il loro figlio e poter star bene.

Non si rendono conto, identificati come sono ognuno con la propria “ragione”, che farlo imponendosi con la violenza, svalutando la posizione degli altri implicati, non si comportano in un modo amorevole e tranquillizzante.

Se siamo implicati in genere non sappiamo come gestire i conflitti. Proprio con le persone che amiamo di più, se siamo disperati, ci comportiamo in modo poco costruttivo.

Per questo motivo ci può aiutare una persona che sappia mediare.

Non serve a nulla cercare di imporre una soluzione parlando di sindromi e svalutando così la volontà del ragazzino, che paradossalmente “deve volere” quel che alcuni grandi han deciso sia “giusto” per lui.   

Non si può volere a comando, né tanto meno voler bene a comando. Provate a immaginarvelo: più ce lo ordinano, credo, e meno ci riusciremo.

Ci si sente come ci si sente. Le sensazioni e le emozioni sono segnali che ci dicono, ad esempio: “Stai attenta, lì fuori nel mondo al momento le cose vanno diversamente da come ti auguri!”, se ad esempio sento disagio o paura.

In una situazione pacifica, quella che ognuno si augura per se e i propri cari, ognuno ha il diritto di dire come si sente e di che cosa ha bisogno. Non sempre se ne potrà tener conto, o non subito, ma si potrà parlare insieme di come riuscirci in seguito, o in un qualche altro modo, collaborando per risolvere i problemi che invariabilmente nascono dal fatto banale che ogni persona ha il proprio modo di vivere le cose.

Le istituzioni, i tribunali, cercano una scorciatoia, per risolvere il problema del dolore che ci infliggiamo a vicenda, ad esempio “ordinandoci” la soluzione; ma è una soluzione apparente: nel caso in questione il ragazzino potrà forse stare in un posto, a quanto pare, in cui lo hanno portato a forza, ma nessuno può ubbidire all’ordine di “starci contento”, nemmeno volendo, se non si sente così. E chi vi è stato portato contro la sua volontà non si sentirà così.

Le istituzioni non possono provare empatia, perché non sono persone e quindi non soffrono, e non sentono il dolore che infliggono ad altri, pur cercando, con le migliori intenzioni, di risolverlo.    

C’è un film che si chiama “Un giorno questo dolore ti sarà utile“, una commedia che a chi soffre simili conflitti, al momento, non farà ridere: solo se ce l’abbiamo fatta a farci rispettare come persona con suoi bisogni e desideri possiamo sorridere pieni di amorevole compassione per i poveri genitori, che fanno anche loro quel che possono, nelle nostre affannate famiglie.

Nessuno fa apposta a non saper che pesci pigliare: a non essere capace, in questo caso, a voler bene senza far male alla persona amata e a gestire quei conflitti che sono immancabili, dovuti come sono a volontà opposte che si affrontano. Svalutare la volontà dell’altro, se la viviamo come un ostacolo alla nostra, è una strategia disperata, in fondo una disumanizzazione: se un computer “non vuole funzionare” come voglio io lo porto a riparare, ma è ben strano che un genitore disperato porti il figlio dal medico, se questi non vuole quel che il genitore vuole.

Noi tutti, pieni di buone intenzioni come siamo, possiamo certamente allenarci a fare di meglio.

Migliaia di persone pensano con affetto a questo bambino: spero che la consapevolezza di questa sofferenza possa accelerare il diffondersi di una mentalità pacifica, della mediazione e del rispetto del nostro bisogno di bene.