In meno di due settimane quello che sembrava un formidabile ed insuperabile rappresentante della voracità e della cialtroneria della politica-mangiona, il fantastico Fiorito-Batman, non è quasi più nessuno.

Da Reggio Calabria commissariata per mafia con grave disappunto di Angelino Alfano, quello del “partito degli onesti” che ha tuonato contro la “criminalizzazione di una città”, a Milano che da “capitale morale”  è scivolata in un silenzio assordante nelle spire della ‘ndrangheta, la mappa criminale del bel paese produce a getto continuo “nuovi mostri” che oscurano quelli del giorno prima. 

Nell’interrrogatorio di garanzia nel carcere di Opera Domenico Zambetti ormai ex assessore, si presenta con il rosario in mano come un uomo gravemente ammalato e chiede di rinviare l’interrogatorio.

E mentre si rifiuta di rispondere ai magistrati, evidentemente memore delle performance processuali del Berlusconi dei giorni  migliori, si produce in una dichiarazione spontanea in cui racconta di non aver mai lontanamente sospettato chi fossero gli uomini a cui pagava i voti (200mila euro per un pacchetto di 4mila voti alle elezioni del 2011)  e che nelle intercettazioni gli dicevano “Mimmo abbiamo lavorato per te, tutti i calabresi hanno lavorato per te”.

E naturalmente non ha mai parlato perché, pur essendo assolutamente inconsapevole della loro identità, quando ha avuto qualche vago sospetto è stato frenato dalla paura; quanto alle dimissioni da consigliere “ci sta pensando” come dice il suo avvocato ma ritiene di non aver nulla da nascondere… Già e poi perché, anche se obiettivamente il voto di scambio con la ‘ndrangheta non è proprio una bagatella, e nemmeno la corruzione e l’associazione esterna, dovrebbe proprio lui inaugurare la teoria delle dimissioni in un consiglio regionale dove il codice penale è diventato “un catalogo di opzioni” come diceva Daniele Luttazzi a proposito dell’ex presidente del Consiglio?

Intanto Antonio Simone, il faccendiere inseparabile dal Celeste, festeggiato come un martire della giustizia politicizzata dai fan ciellini degnamente rappresentati da Luigi Amicone, ha dichiarato con orgoglio alla fine della custodia cautelare che non solo non si sente colpevole, ma che “con la sua attività lobbystica ha fatto risparmiare la regione e che non ha niente da nascondere” anche se i soldi, 60 milioni,  finivano in Svizzera. Per il magistrato che ha disposto la fine della carcerazione, valutando che non ne esistano più i presupposti e cioè pericolo di fuga, inquinamento delle prove e reiterazione dei reati, Simone in qualità di gestore dei fondi neri della Fondazione Maugeri ha dimostrato “una spiccata professionalità” nell’attività criminale.

Quanto a Formigoni, l’amico faccendiere appena ha messo piede fuori dalla cella, ha ribadito che “non ha mai intascato una lira” e che è “attaccato ingiustamente da tutti” e perseguitato dalla magistratura;  dunque è comprensibile che il suo quoziente di arrabbiatura sia direttamente proporzionale alla sua consapevolezza di essere innocente.

Ed è altrettanto pacifico che il governatore paladino dell’ “eccellenza”, del “buon governo”, e del più rigoroso federalismo fiscale, di cui non si sente nemmeno più lontanamente parlare, si sia fiondato a Roma a via Dell’ Umiltà, una pertinenza di palazzo Grazioli, dove l’ha raggiunto quello stesso Maroni che da ministro dell’interno rivendicava la più intransigente lotta alla mafia, per pretendere di rimanere al suo posto e per minacciare che se salta il Pirellone, saltano anche Veneto e Piemonte

Hanno veramente ragioni quelli che, come Bruno Tabacci e Nando Dalla Chiesa conoscendo bene il tessuto della società milanese oltre che la politica ci ricordano che oggi è molto peggio che al tempo di Tangentopoli, quando gli imprenditori stanchi di pagare mazzette avevano, almeno all’inizio, una gran voglia di parlare, ed i segretari politici come Severino Citaristi che incassavano i finanziamenti illeciti per il partito rispondevano, anche se strascicando le parole, ai magistrati.

Dopo un ventennio di accuse velenose contro “il moralismo” che anima quello che per Luciano Violante, e seguaci bipartisan, è il peggiore nemico della democrazia e cioè  “il populismo giudiziario”; dopo la difesa ad oltranza del sistema dei partiti e dei privilegi che si sono arrogati in barba alla Costituzione, sempre in nome della democrazia; dopo gli strali contro gli autori de La casta, tacciati di basso qualunquismo, siamo arrivati ad una straordinaria evoluzione della specie dei predatori della cosa pubblica che insieme ai soldi ci hanno rubano proprio la democrazia e lo status di cittadini.

Come ha osservato Gian Antonio Stella, nell’editoriale intitolato I veri nemici della politica, gli scandali ignorati o sottovalutati,  la dimensione e la capillarità del sistema di corruzione e collusione con la criminalità organizzata a livello istituzionale hanno liquidato in via definitiva l’assioma, caro alla nomenclatura partitica,  secondo il quale in presenza di maggiori costi e finanziamenti alla politica ci sia maggiore democrazia e che viceversa con minori costi ci sia minore democrazia.

E gli unici e veri nemici della politica sono i partiti “insensibili”, come li ha definiti Famiglia Cristiana, alla mostruosità della corruzione e tutti intenti a garantirsi una legge elettorale all’altezza del Porcellum.