Discesa nel sordido cuore della provincia americana, Killer Joe – da ieri in sala – conferma la freschezza del talento di William Friedkin, cineasta settantasettenne (spesso) maiuscolo tra le strade di una metropoli così come tra le stanze di un appartamento. In concorso a Venezia 2011, dove l’interesse dei giornali fu principalmente per la sequenza della fellatio alla coscia di pollo, questa storia di rapacità e divertimento macabro parla di un vuoto di cui anticipa già la coscienza attraverso una nerissima versione di Cenerentolaparola del regista – in cui il denaro rimane l’unico pilastro della società contemporanea.
 
Come nel più classico dei noir, nella sceneggiatura che Tracy Letts ha tratto da una sua pièce, c’è un’assicurazione sulla vita da incassare e un killer da assoldare e, qui, si fa tutto in casa Smith tra squallidi caravan, diffusa idiozia e una totale sospensione della moralità. La vittima delle macchinazioni di un figlio spacciatore e di un padre non proprio brillante, infatti, è ex-moglie di quest’ultimo e madre del primo, l’assassino, invece, un pericoloso poliziotto che decide di accettare l’incarico senza l’abituale anticipo dei soldi in cambio delle prestazioni sessuali della figlia adolescente degli Smith.
 
Strano cortocircuito citare, come hanno fatto in molti e come viene spontaneo fare, gli allievi Coen per descrivere l’ultimo lavoro di uno dei loro maestri, eppure Killer Joe, ad una prima visione, sembra davvero popolato dalle figure e dagli umori tipici dei fratelli di Fargo. Basta  avvicinare un po’ lo sguardo, però, per rendersi conto di come le somiglianze risultino solo superficiali: siamo più dalle parti di una rottura di quei codici brillantemente neri, ottenuta mediante un ritmo più prolungato e classico, che dappresso alla loro persistenza.
Con un titolo come questo, il regista di L’esorcista e di Vivere e morire a Los Angeles dimostra di essere ancora sulla strada giusta benché la percorra in modo pericoloso, dopotutto non si tratta certamente di una pellicola capace di ingraziarsi eventuali nuovi produttori. Lontano dall’imbalsamazione di alcuni grandi coetanei persi dietro a temi abnormi, Friedkin fa un cinema ancoratissimo al presente, mostrando la stupidità dell’uomo e la miseria della vita attraverso l’innata capacità di trasformare il quotidiano nel teatro dello scontro tra bene e male.