Davvero un caso che fosse nato in Germania, settimo di nove figli. Helmut Haller, in realtà, era un campione latino, per il palleggio raffinato, il carattere impulsivo, certi eccessi extracalcio. Una natura allegra, ribelle, poco incline alla banalità, nella giocata estemporanea, nell’interpretazione godereccia della vita.

Per questo da noi ha sempre trovato l’habitat ideale per alternare colpi di classe ad istrionismi da avanspettacolo. Normale, per uno nato protagonista. Come quella volta a Bologna, quando dagli spalti uno spettatore lo apostrofò con un “Heil Hitler” a cui ribattè pronto con un “Heil Mussolini”.

In Inghilterra, nel ’66, il punto più alto della sua carriera, il suo Mondiale più fortunato, vicecampione con la Germania, dietro soltanto ad Eusebio, con sei reti, nella classifica dei cannonieri. Non a caso in patria, dopo quell’impresa, lo elessero “centrocampista d’attacco del secolo”. E trent’anni dopo si scoprì che in quella edizione, oltre agli onori, lo scaltro biondino finì per impossessarsi anche di un prezioso souvenir, il pallone arancione della finale con l’Inghilterra gelosamente custodito nella cantina del figlio.

In Italia, a Bologna, con Bernardini in panchina, era arrivato qualche stagione prima, dopo il Mondiale del ’62, fortissimamente voluto e strapagato dal presidente Dall’Ara, 45 milioni per due stagioni. Soldi spesi piuttosto bene, visto che Haller, insieme ai vari Bulgarelli, Fogli, Perani e Nielsen, vinse lo scudetto del ’64 dopo lo spareggio con l’Inter di Herrera. Quella squadra si nutriva delle sue lune, era lui a decidere, in base all’umore del momento, quali compagni spedire a rete, quali escludere dal match.

Con Nielsen, il danese, ribattezzato “Dondolo” per l’andatura, finì per accapigliarsi spesso, ma là davanti, per lungo tempo, la strana coppia si divertì a fabbricare calcio superiore. Anche alla Juve, dove giocò per 5 stagioni, vincendo altri due titoli in avvio dei Settanta, Haller si fece apprezzare per la vastità del repertorio, da mezzala di genio capace di garantire regia di qualità e spunti da goleador. Un po’ meno per la scarsa applicazione nel rispettare il rigore della casa, vista l’abitudine di fuggire dai ritiri, anche prima di derby decisivi, per rifugiarsi in qualche night. Haller, stile e stiletto. Tedesco atipico, in bilico tra furori e indolenze, parole in libertà e silenzi rabbiosi.

Avrebbe potuto sistemarsi lassù, tra i grandissimi, ha preferito restare nelle retrovie, assecondando i capricci di un talento per nulla catalogabile.