Raccontare le verità fa paura. Infastidisce il potente di turno, mette in ansia il colletto bianco, fa arrabbiare il mafioso. C’è una “strana” e “interessata” convergenza di generi, trasversale che prova ad agire con efficacia per bloccare il lavoro dei cronisti. Colpire i giornalisti sembra diventato dopo  il calcio lo sport più praticato in Italia ma non solo, purtroppo. Gli strumenti adoperati sono diversi ma l’effetto desiderato è sempre lo stesso: far chiudere il taccuino.

Aggressioni fisiche, querele, minacce, pene detentive, condizionamenti, mobbing, allontanamento dalla testata, calunnie. C’è poco da fare, ci sono cronisti che vanno “educati”. Si, perché se un giornalista riesce con le sue inchieste a svelare i meccanismi nascosti dietro i fatti diventa pericoloso, antipatico e attaccabrighe. Quel cronista non è controllabile, è una testa calda e può fare più danni di un magistrato, di uno sbirro e di un collaboratore di giustizia.

Il cronista può diventare un vero bastardo. Non ha i tempi della burocrazia, non agisce con la carta bollata, non convoca i testi per interrogarli, non deve rispettare rigide procedure. Il giornalista-giornalista s’insinua, si mimetizza, ascolta e registra: è diretto.  Se c’è odore di notizie diventa un segugio: arriverebbe a vendersi anche i familiari per mettere le mani su informazioni di prima mano.

E’ questo il giornalismo che mette paura. Questo si chiama giornalismo d’inchiesta, tutt’altra forgia dalla mera gestione delle notizie per accontentare tizio, caio e sempronio.

I soliti che affollano tutte le epoche: gli amici degli amici che  diventano i miei di amici. La casta è sacra. Perché gli affari, gli intrallazzi, le condotte illecite, le amicizie, le vicinanze, gli scambi tra ambienti lontani ma sempre più vicini devono restare segreti. E’ fondamentale per il vero potere nascondersi e controllare il gioco.

In questo contesto, immaginate un cronista cocciuto, un cronista che mette in fila le cose, le assembla, le smonta, le ricompone e scopre il bandolo della matassa. Poi candidamente scrive il pezzo oppure mette in onda il servizio e spiffera tutto. Capite che diventa un pericolo per i “manovratori”? Capite che il sistema non lo tollera. Capite che per colpa sua tutti sapranno? Parole inanellate, frasi concatenate, documenti spiegati ed ecco che articoli e servizi si trasformano in un detonatore.

Il rischio è enorme. Come fermarli? Come far chiudere quel cazzo di bloc notes? Come rompere l’obiettivo della telecamera? Come rubare gli scatti della digitale?  I giornalisti sono sempre più nel mirino. Solo dall’inizio di quest’anno certifica “Ossigeno per l’Informazione”, l’osservatorio diretto da Alberto Spampinato (suo fratello Giovanni, 25 anni, corrispondente da Ragusa de L’Ora di Palermo e de l’Unità fu ammazzato il 27 ottobre del 1972) il contatore segna 268 casi di cronisti intimiditi. Il termine intimidire è generico e abbraccia una vasta gamma di modalità violente: minacce, colpi di pistola inviati per posta, ordigni sistemati sotto l’auto, raid in redazione, querele, denunce, procedimenti penali temerari, lettere di avvertimento, percosse, pedinamenti, licenziamenti, mancati accrediti giornalistici o esclusione da mailing list istituzionali, boicottaggi vari.

Il quadro è inquietante. Si resta in apnea leggendo il rapporto di Ossigeno del 2011 i giornalisti minacciati in Italia sono stati il 125 per cento in più rispetto all’anno precedente. I casi emersi sono 324, ma sarebbero almeno 10mila secondo l’osservatorio: un giornalista ogni dieci se si considera il totale degli iscritti all’Ordine. Numeri, cifre, statistiche allarmanti che fanno sprofondare il nostro paese in fondo alle classifiche internazionali .

Il problema poi non è la libertà di stampa in senso stretto ma l’agibilità e lo spazio professionale di fare in sicurezza il proprio mestiere ed esercitare il sacrosanto dettame costituzionale dell’articolo 21.

Chi vi scrive il 19 luglio del 2009 e lo scorso 3 ottobre ha fatto condannare in Primo grado ed in Appello due persone che avevano tentato di zittirmi. Lettere anonime, pedinamenti, minacce di morte perché i miei pezzi raccontavano, narravano con dovizia di particolari strategie, incontri, discorsi di camorristi che tra loro tramavano per far saltare un processo in cui era a giudizio un rampollo di una nota famiglia-cosca accusato dell’omicidio di una ragazza di 14 anni, vittima innocente nel corso di un regolamento di conti.

Accanto a me ho avuto l’Ordine dei giornalisti della Campania costituitosi parte civile nei processi, la solidarietà di associazioni e gruppi di volontariato ma per dire il vero pochi colleghi. Si, perché i giornalisti sono strani animali, diffidano da loro stessi. Anzi per uno strano gioco omertoso – parlo di Napoli –  si prendono le mazzate e dicono: “Vabbuò può succedere, andiamo avanti”.

E no. Subire no. Il giornalista non può solo asetticamente riportare i fatti. Se un camorrista, un criminale e in generale chiunque si avvicina, fa uno strano discorso,  minaccia, mette le mani addosso, boicotta forte del suo ruolo ne dovrà pagare le conseguenze davanti alla legge e rassegnarsi a leggere ogni santo giorno le corrispondenze ed i servizi.

Giancarlo Siani, trucidato il 23 settembre del 1985, in un agguato di camorra è morto anche per noi giornalisti. Onorare la sua memoria non significa solo mettere i fiori davanti alla sua lapide oppure distribuire premi nel suo nome. Bisogna farsi carico del suo messaggio di indipendenza, passione e verità attuando  pratiche quotidiane di concreta legalità.