Somiglia un po’ al van per trasportare i cavalli. Solo che in questo caso è cabriolet ed in realtà non trasporta quadrupedi ma bipedi su ruote. Conoscete questo mezzo arcaico di trasporto? Di sicuro chi deve viaggiare su sedia a rotelle, lo conosce. E dove li porta i disabili? Appurato che non li porta a pascolare o gareggiare, l’utilità di questo mezzo è di farli salire sul treno. A questo serve il carretto-van: superare i gradini del vagone e far entrare il disabile con ruote al posto attrezzato. Ecco cosa accade ogni volta che un disabile in carrozzina vuol prendere il treno, soprattutto quelli ad alta velocità, che non hanno i pianali ribassati.

«Il fine giustifica i mezzi». Direbbe qualcuno. In effetti senza questo rudimentale mezzo, il disabile si “attaccherebbe” al tram. Anzi, neanche lì potrebbe salire. Il risultato però non è solo il buon fine ma anche la dignità con cui lo si raggiunge.

treno-disabiliQuando ti caricano sul carretto e vedi intorno tutti che ti guardano con curiosità, per altro legittima, considerata la scena, vorresti realmente poter essere un destriero purosangue, almeno potresti godere degli sguardi d’ammirazione e quel mezzo lo considereresti adatto per un animale, se pure bellissimo. Ma essendo tu un essere umano, la sensazione che percepisci in quel momento è tutt’altro che di fierezza. Vorresti che quel mezzo fosse chiuso da tutti i lati, così da entrare furtivo ed al riparo da sguardi indiscreti che osservano la scena come si osserverebbe un’esibizione da circo.

Una volta salito sul treno, questo divario tra esseri umani, dovrebbe terminare. Ma non è così. Intanto, se sei disabile, scordati di partire in comitive di disabili, anche perché ne basterebbero tre per creare problemi: sull’intero treno ci sono solo due posti per carrozzine. Dicono per questioni di sicurezza. Certo. Se ci fossero dieci persone in carrozzina, prima di farli scendere tutti con quel “carretto”, si farebbe notte. Partendo da questo presupposto, la regola potrebbe anche avere un senso. Solo che in Italia si parte spesso da presupposti sbagliati. L’entrata del treno dovrebbe essere semplice e veloce per tutti, come l’uscita.

Vuoi fare il manager e goderti il vagone business? Non ci puoi andare. Vuoi il silenzio intorno a te nello scompartimento relax? Non ci puoi andare. Sì, perché di vagoni accessibili ce n’è solo uno e quello accoglie un solo disabile.

Un “carrozzato” non ha facoltà di scelta. E con l’aereo come va? Lì non c’è il carretto ma il furgone-sollevatore. Quello che in estate rischi di morirci dal caldo e in inverno dal freddo.

Quando poi, con calma (molta calma), riesci a entrare nel velivolo, ti spostano su di una sedia stretta in modo da passare tra i sedili stretti. Ecco, con i passeggeri già seduti, la tua passerella con sfilata fino al tuo sedile, in genere nel mezzo. Sì perché davanti non puoi stare, anche qui per questioni di sicurezza. Metti che tutti scappino all’uscita, tu, immobile sul sedile, saresti d’impiccio.

Maliziosamente si potrebbe pensare che il disabile sia la vittima sacrificale: posizionato negli angoli dei mezzi di trasporto, l’ultimo a uscire in caso di pericolo. Del resto in emergenza si dice «…prima le donne e i bambini….». E poi?

Una ragazza disabile mi ha raccontato di un viaggio in Finlandia. Dovendosi spostare in varie città, ha telefonato alla stazione: «Vorrei prenotare un treno…» Risposta: «in che senso? Vuole un treno tutto per lei?» e la ragazza «…Ma no! Ho bisogno dell’assistenza per salire, sono disabile». Replica: «Guardi che non c’è bisogno d’assistenza, tutte le porte dei treni sono al livello del marciapiede, può entrarci da sola». Viva la semplicità.

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