Teatri di Vita inaugura la sua ventesima stagione sabato 13 ottobre (ore 21, ingresso libero) con l’omaggio a un protagonista del teatro contemporaneo: Giuliano Scabia. In un evento lasciato volutamente senza un programma preciso, “non si sa come sarà”, dicono ai Teatri di Vita, Scabia condividerà con il pubblico Canti del guardare lontano, il suo ultimo lavoro, edito da Einaudi. È una raccolta di poemi, “poesie disegnate” e testi teatrali in versi scritti nell’arco di una quindicina d’anni in occasione di viaggi e incontri. A seguire un brindisi e la presentazione del libro 600.000 e altre azioni teatrali per Giuliano Scabia di Stefano Casi, dedicato alla stagione del decentramento teatrale nella Torino Operaia degli anni ’60. Durante la serata saranno assegnati anche i Premi dello Spettatore 2012, assegnati come ogni anno dal pubblico di Teatri di Vita.

Giuliano Scabia, che cosa succederà esattamente sabato sera ai Teatri di Vita?

“Non lo bene neanch’io. Canti del guardare lontano è un libro ancora misterioso per me, non l’ho ancora decifrato bene, benché l’abbia scritto. E siccome è una raccolta che contiene la poesia e il teatro insieme, saremo in compagnia di Borges, Dylan Thomas, Majakovskij, Eliot, Luzi, tutti quelli che si sono mossi sul crinale tra poesia e teatro. Un po’ come se Dioniso e Orfeo fossero due facce della stessa maschera, o due maschere dello stesso agire”.

Nei Canti c’è una grande presenza del vento, vero e proprio protagonista nelle operine teatrali della prima parte, altrove richiamato come forza di cambiamento, di vitalità. Però c’è anche tanta riflessione sulla morte.

“Il cuore del libro è Canto del trionfo sulla morte, proprio al centro del volume. Un racconto in cui lotto con Ade, il signore del mondo di là, e vinco con grazie al gioco della maschera, del teatro. Sotto sotto c’è la questione della reviviscenza, di cui tanto parla Stanislavskij: è una parola che ha molte risonanze. Non riguarda solo l’attore che rivive il personaggio, ma evoca il tema del risorgere dei morti, del richiamarli in vita attraverso il racconto, il teatro, il nominarli nella voce. Ecco, questo è il cardine intorno a cui ruota tutto il gioco dei Canti. Tanto è vero l’ultima poesia disegno si chiama Fiorendo/risorgendo, che dopo quel finale della Canzone all’Italia, così amaro, riprende il filo delle anime a cui è dedicato il libro”.

E poi c’è il vento, che…

“Che tiene in vita, che dà il respiro”.

C’è anche la politica, o almeno un sermone civile, in questi testi. E c’è un forte senso di preoccupazione che li attraversa un po’ tutti.

“Sono sempre stato nel margine del dialogo con la polis, di un interrogare la lingua nella sua metamorfosi e nel suo essere piena di miti, da quello del comunismo a quello dell’apertura totale sessantottina, insomma l’ho guardata e l’ho vissuta. Nel libro tutto questo è in Canto del turismo e del comunismo: a un certo punto una mitologia finisce. E ne comincerà un’altra. Quel poema è dedicato a Angelo Maria Ripellino, che ho amato tantissimo. Quando feci Teatro nello spazio degli scontri Ripellino mi fece un rimprovero sull’Espresso: attento Giuliano, questa tua inventività, questa tua fantasia, la bruci facendo troppi schemi, troppo lavoro politico. Aveva ragione: la poesia dona di più quando corre con la sua assolutezza che quando sposa una causa. Mi è stato molto utile. Ho capito che dovevo ascoltare la voce interna”.

Lei dedica una poesia a Alberto Arbasino. Citiamo di rimbalzo Berselli: lei si sente di nuovo giovane promessa, ancora solito stronzo o finalmente venerato maestro?

“Anche se so alcune cose che l’esperienza mi ha insegnato come fare, non mi sono mai sentito venerato maestro, sono ancora titubante, cerco di capire. In un mio testo c’è la battuta di un personaggio arrabbiatissimo: “Nessuno è maestro, nessuno!” Perché il maestro è quello che quel giorno lì non si ricorda niente, oppure gli viene l’ictus, o si rimbecillisce piano piano. Quindi, non veneriamo nessuno, è meglio”.

Lei è stato molti anni, e importanti, a Bologna. Che idea ha oggi della città?

“Manco da molti anni e non ho giudizi da dare. Ci torno con un po’ di tremore. Bologna è stata una grande fidanzata, una città che ho sempre amato, anche da studenti venivamo a Bologna a passeggiare di notte, c’erano ristoranti aperti alle cinque di mattina, una cosa impressionante. L’occasione di arrivarci fu la quando Luigi Squarzina mi chiamò al Dams. Era una bella banda, da Eco a Celati. Mi hanno detto vieni qui e fai le stesse cose che hai fatto a Torino e a Trieste con Basaglia. Di Bologna me ne sono innamorato perché era accogliente, bella. Il gioco era università e città, poi è stato università e regione. Tutti un po’ quelli che incontravamo con gli studenti diventavano nostri maestri, dal ferroviere al muratore, ognuno con le sue competenze”. 

di Nicola Zuccherini