Al di là delle strumentalizzazioni politiche e dei soliti clichés sul tema delle banlieues, uno studio effettua finalmente una radiografia in Francia del variegato mondo degli immigrati e soprattutto della seconda generazione, i figli dei primi migranti, nati perlopiù sul suolo francese (e, quindi, cittadini della République in tutto e per tutto, passaporto compreso). Ebbene, questa seconda generazione presenta ancora condizioni socio-economiche inferiori rispetto alla media del Paese. Ma non mancano diverse sorprese: i figli degli immigrati hanno migliorato decisamente la loro situazione rispetto ai genitori. E, in molti casi, presentano risultati scolastici superiori alla media.

NIENTE DISCRIMINAZIONE A SCUOLA. L’inchiesta (dal titolo Immigrés et descendants d’immigrés en France) è stata condotta dall’Insee, equivalente Oltralpe dell’Istat. Il dato generale sulla scuola, a dire il vero, è negativo: negli ultimi anni è in media il 30% dei figli di immigrati africani (Maghreb incluso) a uscire dal sistema scolastico senza la maturità, il doppio rispetto ai discendenti di francesi non immigrati. La differenza, però, “è dovuta alle origini nettamente più popolari” del primo gruppo rispetto al secondo (il 58% ha un padre operaio contro il 26%).

“Quando si prendono in considerazione l’origine sociale, i diplomi dei genitori e la struttura familiare, i risultati dei figli di immigrati non sono peggiori di quelli degli altri”, indica l’Insee. Anzi, nel caso della popolazione originaria del Sud-Est asiatico, sono migliori. Come per le ragazze di origini tunisine o marocchine, che, a parità di livello sociale, riescono a strappare la maturità più spesso delle figlie di coppie di francesi non immigrati. Tutto questo indica la capacità della scuola pubblica francese di funzionare ancora da “ascensore sociale”.

I PROBLEMI NELLA RICERCA DI UN LAVORO. Il numero dei discendenti degli immigrati africani disoccupati è triplo rispetto ai figli dei francesi non immigrati: in particolare, cinque anni dopo la fine degli studi, il 29% contro l’11 per cento. Le ragioni? In parte ritorniamo a quanto detto sopra: il tipo di diploma che hanno in tasca e il fatto che numerosi, nel primo gruppo, non arrivano neanche alla maturità.

Ma questo, a differenza di quanto avviene nell’ambito scolastico, non è sufficiente a spiegare totalmente la differenza di performance. “Il livello del diploma, le origini sociali e il luogo di residenza possono giustificare al 61% il divario, che per il resto rimane inesplicato”. Nessuna valutazione da parte dell’Insee. Ma una discriminazione sulla base delle origini è fortemente possibile. Tanto più che in un’altra parte dello studio si legge che il 18% dei figli di immigrati nella regione di Parigi ritengono di avere subito discriminazioni nell’ambito lavorativo al confronto con il 12% dei discendenti di non immigrati.

GLOBALMENTE I FIGLI DEGLI IMMIGRATI VIVONO MEGLIO DEI GENITORI. Il dato complessivo è comunque incoraggiante: la seconda generazione vive meglio di quella che l’ha preceduta. Il tasso di povertà è sceso dal 37 al 20% (anche se questo resta più elevato del 13,5% riscontrato per l’intera popolazione francese). Un terzo dei figli di immigrati nella fascia d’età 35-50 anni svolge un lavoro più qualificato del padre alla stessa età. Sono meno numerosi a lavorare come operai (42% contro il 66%). E il 14% sono “cadres” (dirigenti di primo livello) contro il 4 per cento dei genitori.

SECONDA GENERAZIONE, UNA PARTICOLARITA’ TUTTA FRANCESE. Riguardo ai numeri assoluti, l’Insee valuta a 5,3 milioni il numero di immigrati presenti in Francia (l’8% della popolazione), tra i quali il 41% ha ottenuto la nazionalità. Quanto ai discendenti diretti, sono 6,7 milioni, un altro 11% della popolazione nazionale. La Francia, sia in termini assoluti che relativi, è lo Stato dell’Unione europea dove questa seconda generazione è più numerosa. Il motivo principale è che, a causa del passato coloniale, l’immigrazione è un fenomeno iniziato prima che altrove. E per la stessa ragione la Francia è un interessante laboratorio di quello che avverrà in futuro negli altri Paesi.