Apprendere dell’esistenza della giacca che ti abbraccia mi ha suscitato una vampata di tristezza da gridare alla menopausa dell’affettività.

La cosa è questa: l’idea, che si chiama “Like a Hug”, è venuta ai ricercatori del Tangible media group del Mit, mentre parlavano di relazioni a distanza e dei limiti delle interazioni virtuali rese possibili da tecnologie simil Skype. Da lì è partita la loro inesorabile marcia verso l’Invenzione. Così è nata nientepopodimenoché la “giacca che ti abbraccia”.

Già. “Like a hug” (che poi è un goffo piumino senza maniche) una volta indossata darebbe la sensazione di un abbraccio, “dilatandosi”, peraltro in modo non casuale: l’“hug” arriva ogni volta che qualcuno mette un “mi piace” sul profilo Facebook di chi indossa l’amabile giacca. Ed è qui che siamo alla svolta cosmica, all’apoteosi, à la revolution! No.

Se da un lato l’idea di un link tra sensazioni fisiche e mentali, nell’ambito di una relazione virtuale, ha un che di geniale, futuribile e magari profetico, la sua rappresentazione in “Like a hug” non mi pare riuscitissima: non fa tristezza pensare di ricevere un abbraccio fittizio, da un giaccone, via Facebook?

Probabilmente questa invenzione duemiladodici, che secondo la scienziata che l’ha progettata ha come obiettivo “esplorare in che modo i social media possono spingersi oltre la tradizionale interfaccia grafica”, non verrà mai messa in commercio, o forse sì, ma a me basta l’idea per sentirmi un pochino inquieta.

Pensare, per esempio, al “chi” mette il “like” che genera l’abbraccio, non è proprio gratificante: la rete delle amicizie che ognuno ha su Facebook è sempre più vasta e scopo del social network, anzi, è anche quello di far entrare in contatto persone che non si frequentano nel quotidiano, come gli amici persi di vista (spesso non a caso). Quindi, dico, l’abbraccio improvviso di un tizio che uno non vede dal 1991 è davvero un miglioramento di una qualche forma di comunicazione? Se poi fosse l’hug di una persona vicina, sarebbe un surrogato peggio del cappuccino di Starbucks.

Mi viene in mente una scena di Caruso Paskoski, dove Francesco Nuti, ubriaco fradicio per motivi d’amore, cerca disperatamente di avere un “bacino” dal poliziotto. Che lo arresta per molestie. Ecco, la giacca che t’abbraccia mi fa venire in mente l’ubriaco molesto che vuol bene a tutti e cerca l’abbraccio del barista.

Penso un po’ a Lansdale e al suo Drive-in. Tanto sono appassionati del Drive-in, i protagonisti di questa trilogia, che finiscono per ritrovarcisi intrappolati dentro, a vivere un horror che li fa tribolare della loro stessa, eccessiva, passione. E allora immagino i social media farsi abbigliamento a trecentosessantagradi: un piumino per un abbraccio, un paio di pantaloni per manifestare un retweet (più “intimo”, e spesso foriero di messaggi “feromonici”), un paio di scarpe che, ad ogni blocco utente o defollow, dovrebbero ricostruire il dolore lancinante del mignolo battuto in uno spigolo, senza preavviso.

Ed è di nuovo vampata di tristezza.

Sulle relazioni a distanza, poi, quelle con un mucchio di affettività dentro, volevo consigliarvi questo video, che ho trovato bello, e che spiega senza troppo sforzo quanto sia facile sentirsi abbracciati, anche a chilometri di distanza.