Devo a Giuditta Levato e Napoleone Colajanni (a loro dedico il mio ultimo libro), un’importante lezione, l’aver capito che c’è un sud ovunque, un sud per cui combattere. Combattere rivalutando alcuni eventi dimenticati dalla storiografia ufficiale. Oggi come allora, il sud, i sud, vengono confinati in un angolo buio della storia. La contadina centroamericana sfruttata dalle multinazionali della frutta richiama le immagini in bianco e nero dei miei avi calabresi. Il loro sudore e la loro fatica hanno lo stesso sapore, le loro storie dimenticate lo stesso trattamento.

Giuditta Levato, giovane contadina calabrese, fu barbaramente uccisa nel Novembre del 1946 mentre difendeva pacificamente il suo diritto a coltivare le terre abbandonate dal latifondista Pietro Mazza. Napoleone Colajanni, scrittore e politico siciliano, nel suo libro In Sicilia, gli avvenimenti e le cause documentò lo straordinario livello di impegno politico durante i Fasci Siciliani (soppressi nel sangue dal governo Crispi, ironia della sorte anch’egli siciliano). Gli esempi positivi di Giuditta Levato e dei contadini siciliani sono raramente discussi nelle nostre aule scolastiche.

L’oblio di questi personaggi si accompagna all’insuccesso del mezzogiorno. Il mezzogiorno considerato un fardello, e la sua storia una sorta di ‘peccato originale’. Un peccato originale che ha condizionato per sempre le possibilità di sviluppo e dal quale non ci si può redimere. La parola mezzogiorno ormai viene usata anche al di fuori dei confini italici come sinonimo di arretratezza ed insuccesso. Attraverso le immagini letterarie di Goethe, gli studi sulla questione meridionale di Franchetti e Sonnino, le stereotipiche e colorite descrizioni della Lega Nord, i lavori accademici di Banfield sul familismo amorale e di Putnam sul capitale sociale, il mezzogiorno è divenuto un perpetuo sconfitto, un ‘luogo comune’ della storia.

In Making Democracy Work (uno dei testi più letti e citati nel mondo accademico nelle ultime due decadi), Putnam sostiene che esista un legame diretto tra la storia del XII e XIII secolo e la differente performance delle istituzioni regionali italiane. Al nord i comuni con i loro legami orizzontali avrebbero favorito la creazione di capitale sociale e istituzioni efficienti. A Sud l’assolutismo e le relazioni verticali stabilite a partire da Federico II avrebbero generato l’assenza di spirito civico e partecipazione politica. Chiaramente non esiste prova storica, così come non esiste un percorso lineare che possa legare uno specifico avvenimento storico di 800 anni fa al presente in modo diretto e preciso.

Eppure questa visone del mezzogiorno e’ diventata di dominio pubblico, un’opinione condivisa e un sentire comune. Un atto d’accusa verso il mezzogiorno, ma anche una scusa per i meridionali che considerano la loro storia con fatalismo, quasi a discolparsi dei loro comportamenti incivili e opportunistici del presente. E’ proprio contro questa visione comune e stereotipata che Giuditta Levato e Napoleone Colajanni mi hanno insegnato a oppormi. Il ‘mio mezzogiorno’ sarà pure economicamente arretrato e privo di fiducia e capitale sociale; tuttavia questi problemi non sono ‘peccati originali’ dai quali non possiamo rialzarci, ma si tratta di condizioni contingenti, gravi ma contingenti.

Ed allora forse, prima ancora del cambiamento socio-economico, avremmo tutti bisogno di ricominciare a studiare e ricordare i grandi esempi di impegno civico, passione politica e generosità schietta espressi da personaggi come Giuditta Levato e Napoleone Colajanni. Iniziare a nutrire la nostra voglia di cambiare con gli esempi positivi delle storia del mezzogiorno, mettendo da parte il pessimismo ed il fatalismo bieco, tornando ad essere artefici del nostro destino.Versiamo in condizioni disperate, ma la storia per fortuna non è un percorso lineare.

C’è sempre un sud per cui combattere.