Amour è il mio ultimo film. Anzi no, se Michael Haneke me lo richiedesse, per lui farei anche una particina: è il miglior regista con cui abbia mai lavorato, il più esigente, rigoroso. Insomma, il mio non è un addio al cinema, ma un arrivederci”. Occhi acuti, bastone esile e filmografia corposa, l’81enne Jean-Louis Trintignant dopo 16 anni d’assenza torna sul grande schermo con Amour, Palma d’Oro a Cannes e dal 25 ottobre nelle nostre sale.

Magnifico e sofferto, “un film d’amore” che parla di fedeltà, libero arbitrio ed extrema ratio. Con Emmanuelle Riva, Trintignant si carica addosso “una storia molto dolorosa, anche se nel racconto predomina una sensazione di felicità”, dando vita a una coppia di anziani professori di musica arrivati alla fine: lei muore, lui non si sa, “ma una persona che ha ucciso per amore merita a sua volta di essere ucciso”. Ha recitato con un braccio rotto, ripetendo una scena anche per tre giorni, ma non è solo mestiere, non è solo set: il lutto Trintignant non l’ha recitato, l’ha vissuto, e più d’uno. Mentre gira Il conformista di Bertolucci la secondogenita Pauline gli muore in culla, 33 anni dopo, nel 2003, la perdita più devastante: la figlia Marie muore per le percosse del compagno Bertrand Cantat, il cantante dei Noir Désir. Jean-Louis ha 70 anni, e per due mesi rimane prostrato: “Un morto vivente, incapace di compiere anche il più piccolo gesto, praticamente senza aprire bocca, senza fare il minimo commento”. Lo ricorda nella sua autobiografia appena uscita, con un titolo rivelatore oltre i sotterfugi del marketing: Alla fine ho deciso di vivere. Dopo aver pensato al suicidio, dopo aver creduto di poter arrivare a uccidere l’assassino della figlia, Trintignant ha deciso di vivere, appoggiandosi alla poesia, ad Apollinaire, al teatro e ai nipoti, “più importanti di qualunque meschina vendetta”.

L’arte vita, anzi l’arte che salva la vita, sebbene su 130 film che ha girato “solo una trentina sono da salvare”. Se – Trintignant cita Prevert – “il caso è troppo importante per essere lasciato al caso”, 30 sono anche quelli che ha girato in Italia “negli anni ’60, la vostra età dell’oro, di cui serbo ricordi molto piacevoli”. Dall’indimenticabile spalla tragica di Vittorio Gassman ne Il sorpasso di Risi, che “da voi fu un grande successo commerciale, in Francia un film intelligente, d’autore”, a Il conformista, “una pietra miliare della storia italiana, quella del boom economico”, passando per Il deserto dei tartari di Valerio Zurlini, Metti una sera  a cena di Patroni Griffi e La terrazza di Ettore Scola, in cui è uno sceneggiatore in crisi al fianco di Mastroianni, Gassman e Tognazzi. Tasselli tricolori di una “carriera fortunata: mi sono lasciato trasportare dalla corrente come un tappo di sughero”, al netto dei rovesci della vita: parte da E Dio creò la donna con Brigitte Bardot (1956), che spinto dal gossip “molla” per la guerra di Algeria, trova il primo successo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch nel ’66, è giudicato miglior attore a Cannes ’69 per Z – L’orgia del potere di Costa Gravas, recita nell’ultimo film di Truffaut, Finalmente domenica!  (1983) al fianco di Fanny Ardant, 11 anni più tardi interpreta un indelebile misantropo per il Kieslowski di Film rosso.

Sì, ha due piedi nella storia del cinema, ma si schermisce: “Non sono importante in questo come negli altri film: sono un collaboratore, sono assimilabile all’operatore di macchina, il merito va tutto al regista, la bellezza la mette lui. Anche se (ride) io sono bravissimo, i bilanci li fa il metteur en scene, non l’interprete, nemmeno se è arrivato alla mia età, che mi dà così tanto fastidio”. Al cinema preferisce poesia e teatro, “le mie due vere passioni”, e oggi confessa di vivere come “un contadino, ritirato in campagna: un’esistenza modesta, ormai non esco più la sera, non vedo quasi nessuno”.

Ma gli acciacchi non spiegano del tutto questo ritiro condizionato. Rimane l’ironia – “Un amico dice che se dopo i 60 anni ti svegli senza alcun dolore vuol dire che sei morto” – e rimane l’ironia della sorte: “Haneke è stato chiaro, non voleva che l’emozione avesse la meglio: nessuna lacrima e nessun singhiozzo nella recitazione, nessun sentimentalismo sul set”.  Non ci sono state prove per Amour, del resto, non sarebbero servite: Trintignant era già stato messo a dura prova dalla vita, aveva dovuto ricacciare in gola le lacrime per la sua Marie, e “scegliere di tornare a vivere”. Oggi gli resta Amour, e un Au revoir al cinema. Ammesso che Haneke lo richiami.