C’è una grande partita da vincere oggi in Italia e si gioca sul campo dei diritti civili. Guardando al nostro Paese mi trovo spesso a pensare che sotto tanti aspetti pare di vivere in un paese di diritti negati: diritto al lavoro, alla vita e alla procreazione, al testamento biologico, diritto di cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia, diritto alle unioni civili delle coppie omosessuali.

Credo non sia più tempo di chiudere gli occhi su questi temi, farlo significa non riconoscere i progressi della scienza e i profondi mutamenti culturali e sociali in atto in Italia e nel mondo.

Da questo punto di vista sono convinta che il Partito democratico debba assumere su di sé questa battaglia di uguaglianza se vuol essere davvero il partito progressista che dichiara di essere. Certo ci vuole coraggio perché è chiaro a tutti che bisogna scontrarsi con il duro profilo conservatore che aleggia ancora in Italia, oltre al timore per i cambiamenti. Sono convinta che un grande partito debba assumersi anche una funzione pedagogica per la società e porsi l’obiettivo di preparare il terreno perché i diritti civili possano vedere la luce.

E questo non dovrebbe essere difficile in uno Stato laico e sovrano qual’è lo Stato italiano, che ha il dovere di rispettare e riconoscere le scelte libere di tutti i cittadini. Noi politici per primi dobbiamo farlo.

Certo a questo punto mi si contesterà che proprio all’interno del Pd le idee in fatto di diritti civili non sono chiare e le voci che intervengono sull’argomento sono spesso differenti tra loro e, a volte, poco laiche. E’ vero. Ma è a questo che mi riferisco quando dico che ci vuole coraggio su questi temi anche a costo di qualche mancato consenso.

Non servono complessi dati Istat per dire che la società di oggi mostra una varietà di nuclei affettivi davvero vasta che richiede sia ridiscussa la cultura dell’eguaglianza, della diversità e del rispetto. Una realtà che va registrata e governata dalla politica.

Oggi c’è un vuoto assoluto in tema di diritti delle coppie conviventi e i registri istituiti da alcuni comuni sono certamente insufficienti.

Occorre la parificazione giuridica tra famiglie tradizionali e tutte le altre famiglie. Tra l’altro una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 24 giugno 2010 afferma che il matrimonio omosessuale rientra tra i diritti dell’uomo. Anche la nostra Corte Costituzionale si è occupata per la prima volta, nel 2010, della legittimità del divieto di matrimonio per le coppie omosessuali con la sentenza n. 138. La Corte ha ritenuto che «l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso» rientri nella nozione di «formazione sociale» ex art. 2 Cost., «cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri».

Un’altra legge che è necessario rivedere al più presto su questi temi è la legge 40 del 2004 che costringe molte coppie al turismo riproduttivo: circa 8 mila ogni anno. Una su tre lo fa per usufruire della donazione di gameti in quanto la legge stabilisce il divieto assoluto di fecondazione eterologa, ovvero con gameti o ovociti non appartenenti alla coppia. Inoltre detta legge obbliga all’impianto di di tutti gli embrioni fecondati anche se è stata rilevata un’anomalia irreversibile. Eppure in Italia la legge 194, che io difendo in toto, consente l’aborto terapeutico. Che dovrebbe fare una donna? Abortire dopo l’impianto se non si sente di portare avanti questa gravidanza? Occorre fare chiarezza al più presto. Siamo un Paese Europeo: ebbene in Europa sono ben sedici i Paesi che consentono la diagnosi pre-impianto, tra loro anche Spagna, Portogallo e Grecia.

Mentre il capitolo relativo al testamento biologico è decisamente complesso da affrontare. Credo però che anche in questo sia necessario evitare strumentalizzazioni e facili tabù. Ognuno di noi ha diritto di stabilire, in casi estremi, come sia più dignitoso lasciare questa vita. Ha diritto di dirlo e lo Stato dovrà rispettare le sue volontà.

Sui figli di immigrati nati in Italia c’è una sola cosa da dire: sono italiani, facciamo la legge.