Il premio Nobel per la medicina rappresenta il massimo riconoscimento scientifico che possa ottenere un ricercatore. L’interesse per i nomi che si appuntano al petto la preziosa medaglia svedese va oltre i confini della semplice curiosità, le scoperte ed i progressi di cui sono protagonisti possono cambiare la storia del mondo ed affascinano per le insospettabili conseguenze che potrebbero avere.

Quest’anno il premio è stato assegnato al giapponese Shinya Yamanaka (dell’università di Kioto) ed a John Gurdon, inglese (università di Oxford). Il motivo che ha inciso per sempre il loro nome nell’olimpo della scienza è legato agli studi che i due scienziati hanno compiuto sullo sviluppo delle cellule. L’argomento è molto specialistico e complesso e forse una breve spiegazione di cosa significhino le loro ricerche lo renderebbe più comprensibile.

Sappiamo che il nostro organismo è formato da vari tipi di cellule, simili per struttura ma specializzate nelle varie funzioni che devono svolgere: così le cellule del sistema nervoso sono simili a quelle dei muscoli ma hanno strutture e funzioni diverse e per raggiungere il loro scopo hanno sviluppato particolarità che le rendono adatte alla funzione richiesta (le cellule del sistema nervoso devono condurre degli impulsi, quelle dei muscoli devono contrarsi). Le nostre cellule, prima di “specializzarsi” in quello che saranno da “adulte”, passano un periodo nel quale sono “pluripotenti”, non sono cioè specializzate e non sono ancora pronte alla loro funzione definitiva, si chiamano “staminali”; con un paragone azzardato e banalizzante ma che forse rende l’idea, assomigliano ad un bambino che, pur essendo un essere umano identico per struttura a tutti gli altri, non ha ancora sviluppato le capacità che lo porteranno ad essere un adulto “specializzato” (alto come un giocatore di basket o veloce come un centometrista), in questo stadio di “staminale”, ogni cellula potrà poi maturare diventando quello che sarà da adulta.

Le cellule staminali hanno importanza enorme in diversi campi: potrebbero sostituire cellule malate nell’organismo, possono condizionare la crescita di altre cellule, sono un enorme serbatoio per la ricerca e tanto altro, tanto da essere già utilizzate nella cura di alcune malattie. Proprio perché immature, queste cellule possono essere prelevate solo da “serbatoi” di cellule giovani, quindi da embrioni oppure dal sangue del cordone ombelicale del neonato o da organi che hanno proprio il compito di produrre nuove cellule anche nell’adulto (come nel midollo osseo). Lo studio delle cellule staminali è una delle nuove frontiere della medicina e coinvolge numerosi campi di ricerca. La novità più esaltante è stata quella di riuscire a produrre cellule staminali ricorrendo a cellule adulte, mature. Una sorta di “processo inverso”: invece di ottenere staminali prelevandole direttamente dai “serbatoi” naturali, gli scienziati sono riusciti a produrre cellule “neonate” a partire da cellule già mature, mediante una sorta di “macchina del tempo”, una riprogrammazione che ha “ringiovanito” le cellule adulte facendole tornare al loro stadio di staminali.

La scoperta è a dir poco incredibile e sorprendente e rappresenta una grandissima speranza per il futuro con ricadute anche pratiche nella cura di gravi malattie, persino di quelle genetiche, dei tumori e di drammi come l’Alzheimer. Yamanaka ad esempio, ha scoperto che basta aggiungere pochi fattori di trascrizione (sono delle proteine) a cellule “adulte” per trasformarle in cellule staminali, le cellule, sorprendentemente, hanno compiuto all’inverso la loro normale direzione di sviluppo. Il ricercatore giapponese ha seguito tutto l’iter scientifico più accurato, ripetendo i suoi esperimenti prima su cellule animali e poi umane, ottenendo sempre risultati stupefacenti. Questi esperimenti aprono spiragli inimmaginabili nella cura e nello studio di diverse malattie, immaginate di riuscire a trasformare cellule adulte di una persona con una grave malattia in cellule ancora immature che sostituiscano quelle malate, si tratta d’ipotesi ancora difficilmente applicabili ma già qualcosa si muove.

L’altro ricercatore, l’inglese Gurdon, è considerato tra i padri della clonazione, avendo effettuato alla fine degli anni ‘50 esperimenti pionieristici sul tema. Lo scienziato provò a sostituire il nucleo (la parte centrale) di una cellula uovo di rana con quello di una cellula matura (intestinale, quindi ormai “specializzata”), nonostante alcuni fallimenti quella cellula diede origine ad un girino, questo nonostante il nucleo fosse rappresentato da una cellula già matura e specializzata in un senso (che era già destinata ad essere parte dell’intestino), questo esperimento aprì le porte alla clonazione animale.

Queste ricerche sono entusiasmanti perché si pensava che le cellule diventate adulte perdessero la loro capacità di tornare “pluripotenti”. Si tratta di sperimentazioni quasi fantascientifiche, esaltanti. Questi studi, inoltre, possono consentire di studiare le cellule staminali senza utilizzare gli embrioni, possiamo definirli quindi anche studi eticamente vantaggiosi. Se arriveremo al punto di poter “riprogrammare” le nostre cellule, riportando allo stadio staminale quelle adulte, le possibilità di studio e cura delle malattie sarà immensamente più grande.

Già, questa è proprio una scoperta da Nobel, ma in questa affascinante storia mi resta un cruccio: il ricercatore giapponese ha 50 anni. In Italia probabilmente questo scienziato sarebbe stato un precario, probabilmente sottopagato, senza o con pochi finanziamenti per i suoi studi, non avrebbe mai vinto il Nobel preso dai problemi quotidiani, non potendo così regalare prestigio alla sua nazione, introiti commerciali e finanziamenti e quindi, oltre a non poter “programmare” la vita delle cellule, non lo avrebbe potuto fare neanche per la sua, molto più umana. Non si rovini la festa ma se qualcuno si chiede perché a raggiungere le vette della ricerca ci siano pochi italiani, rifletta.