Bracconaggio

Tagliole, archetti a scatto e reti, tante reti celate nella vegetazione: sono gli strumenti di cui si servono i bracconieri per dimostrare a se stessi e al mondo d’essere astutamente superiori agli uccellini. I quali, seguendo il loro istinto, che è volare e cantare o becchettare le bacche dei rovi, restano impigliati nelle reti, mutilati, dissanguati nelle tagliole. E muoiono ammutoliti, talora prima, talora dopo che l’Uomo ripassi e, dopo averne controllata la consistenza, se li butti in saccoccia e torni a casa, dove la sua signora aspetta in cucina col fuoco acceso e il grembiule dove s’asciuga il sangue.

Non sono pochi gli uomini che di nascosto, nei momenti liberi dal lavoro o per sgranchirsi le gambe se sono già in pensione, occupano il proprio tempo disseminando di reti e di tagliole il territorio nel quale vivono, trasformando gli alberi, le pietre e il vento in muti testimoni di un massacro. Talvolta, in mezzo ai boschi, si trova un cellulare acceso che ripete all’infinito il richiamo che gli uccelli della zona preferiscono e sullo scopo del quale non serve dilungarsi (vedere per credere la foto e il video della vigilanza antibracconaggio del Wwf

Proprio oggi l’agenzia di informazioni animaliste GeaPress, scrive di trentatré notizie di reato elevate dai Forestali del Noa (Nucleo operativo antibracconaggio) nelle vallate del bresciano. Sì, perché il bracconiere non solo è astutamente superiore agli uccellini. Lo è anche alla Legge, che gli vieterebbe di fare quel che fa. 

Ma per ogni bracconiere che “fa” ci sono almeno venti persone che “sanno”, e tacciono. E poi mangiano fringuelli e pettirossi (polenta e osei) brindando senza vergogna a questa lieta impresa: uccidere gli innocenti, far fessi tutti gli altri.

 

Foto di Filippo Bamberghi, Wwf Lombardia