Il degrado morale su cui ha richiamato l’attenzione un paio di giorni fa anche la Presidenza della Repubblica mi sollecita a riflettere sullo statuto della sincerità, uno dei lemmi etici più controversi. Andrea Tagliapietra, nel bel libro dedicato alla Sincerità apparso nella collana Moralia di Raffaello Cortina Editore, diretta dallo stesso Tagliapietra e da Roberto Mordacci, scrive in proposito: “Sincerità è … una parola splendida e terribile. Andrebbe pronunciata con circospezione, quasi con pudore, e comunque sempre maneggiata con cura” (p. 10).

Non avviene purtroppo sempre così. Prendiamo il caso di Milan-Juventus nel girone di ritorno del campionato dello scorso anno, quando l’arbitro e i segnalinee non si accorsero che Muntari, giocatore del Milan, aveva segnato un gol regolare, in quanto il pallone aveva superato la linea di porta. Buffon, il portiere della Juventus e della nostra Nazionale calcistica, intervistato in proposito, risponde grossomodo nei termini seguenti: anche se avessi visto il pallone superare la linea di porta, non l’avrei mai denunciato all’arbitro. Si è accesa subito la querelle tra il partito dei ‘moralisti’ e quello dei ‘sinceristi’ – Buffon non era stato un ipocrita, perché ha dichiarato pubblicamente quello che chiunque altro, nelle stesse condizioni, avrebbe compiuto; ergo era stato un campione, un’icona della sincerità. Il partito dei ‘moralisti’ avversava questa tesi, sostenendo che un grande campione come Buffon, tra l’altro capitano della nostra Nazionale, avrebbe dovuto mostrare più sportività.

Vengo al secondo esempio che concerne la stessa circostanza; un paio di settimane fa, in Napoli-Lazio, conclusasi sul 3-0, il centravanti tedesco della Lazio Klose, quando si era ancora sullo 0-0, segna un gol con una mano, e dunque irregolare, che l’arbitro aveva convalidato; di fronte alle pressioni dell’arbitro e degli avversari, Klose denunzia l’irregolarità del gol, che quindi viene annullato. Abbiamo dunque due tipologie di ‘sincerità’, perché ovviamente anche Klose è stato sincero.

La prima, quella di Buffon, è prigioniera della formula ‘il fine giustifica i mezzi’; il risultato viene prima di tutto e, dunque, anche la sincerità va commisurata a tale fine. È la stessa logica che governa anche l’argomentazione di uno dei dirigenti juventini più importanti: John Elkann. Quest’ultimo ha dichiarato in polemica con l’allenatore della Roma Zeman: Carrera, l’allenatore che sostituisce Conte sulla panchina bianconera, ha vinto in una partita più di quanto Zeman abbia vinto nel corso di tutta la sua carriera. John Elkann si riferiva alla vittoria della Juventus sul Napoli nella Supercoppa italiana, dimenticando però due dati fondamentali: 1) proprio nel caso citato della Supercoppa, alla premiazione conclusiva, non partecipò per protesta la squadra avversaria, episodio mai verificatosi nelle finali della Supercoppa italiana; 2) Zeman nel suo curriculum vanta successi straordinari con squadre di provincia come il Foggia e il Pescara. Anche in questo caso la sincerità viene vincolata al primato del risultato e del blasone.

Per accreditarsi, non basta pertanto esseri sinceri; aveva ragione, al riguardo, uno dei più grandi filosofi della modernità, Hegel, quando nella celebre Prefazione ai Lineamenti di Filosofia del diritto polemizzava con Fries e il ‘sentimentalismo etico’, ossia contro queste forme estreme di sincerità che, compromettendo l’etica pubblica, obbediscono solo a fini utilitaristici.

Contro l’apologia della sincerità, Hegel difende le ragioni dell’etica pubblica, cioè delle leggi che devono rappresentare l’autentico discrimine, “lo schibboleth” decisivo per distinguere i veri dai falsi amici della comunità.