Gianluca De Rubertis alluna a Bologna. Il giovane musicista pugliese, ormai stabile a Milano, dopo due dischi in studio con Il Genio presenta al pubblico emiliano il suo primo disco solista: Autoritratti con oggetti. L’album è composto da tredici tracce, realizzate grazie all’aiuto di un fitto stuolo di capaci musicisti provenienti dalla cosiddetta scena alternativa italiana; eccone solo alcuni: Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Lorenzo Corti (Luci della centrale elettrica), Gianluca Gambini (già batterista di Dente), Roberto Dell’Era e Rodrigo D’Erasmo (Afterhours).

Ma al Chet’s Club (in pieno centro a Bologna, ex Chet Baker, ha recentemente cambiato gestione e lascia intravedere ottime potenzialità) De Rubertis si presenta accompagnato solamente dalla chitarra di Silvio Pirovano. Il pubblico non è molto, una quarantina di persone che hanno deciso  di  non rispondere al richiamo delle altre sirene rock della notte bolognese – Afterhours e Buzzcocks. Giacca e camicia upper-hipster ombra di barba appositamente incolta, si accomoda con noncuranza al pianoforte a muro e, mentre è ancora in corso il cambio palco, intrattiene parodiando Candy Candy (“Oh Candy che patate grandi che hai”), Tiger Man e Pollon; combattendo stoico con una zanzara che non lo lascerà in pace almeno fino al terzo brano.

Espletata la simpatia, la sua voce da mezzo-baritono attacca con il recitato/cantato di Amore Colbacco, settima traccia dell’album. La melodia ricorda, davvero troppo, Bardamù di Capossela, l’uso di termini come “Amaranto” uniti al timbro che spande testosterone sulle fan rapite cercano di richiamare Conte, mentre nello strascicamento calante delle ultime sillabe si nota, nello spoken, un tendere a Gaber. Si continua con Rimanere Male, anche qui Il riff di chitarra suonato da Pirovano  rimanda a  Ultimo Amore, sempre Vinicio. I testi sono molto spesso dei non-sense dove è più importante il giocare con le parole, il risultare catchy e ammiccante, che il significare. Innesti trash su pretese poetiche, rime spesso baciate e imbarazzanti (“morire/dormire/fallire” così in La Città, terzo brano in scaletta e “Soglia/Foglia” in Mazurka).

Si prosegue con La prima Vera Parola, Mariangela (primo singolo estratto), Singolare Donna e, dopo un breve accenno autocompiaciuto di Kiss me Licia, Io addio; quattro brani che non lasciano più adito a dubbi sulla visione derubertisiana dell’universo femminile. Il primo lascia intendere che il silenzio sia il miglior concetto che una femmina possa esprimere (“Le parole non sono niente, sei zitta così da non poter parlare”), la seconda e la successiva vengono introdotte da aneddoti autobiografici e filologici come “Quando mi facevo i seghini pensando a Mariangela di Fantozzi” e “essendo singolare aveva un solo un paio di mutandine, un solo dito ma lo usava molto bene…” mentre l’ultima del quartetto recita: “Le donne tutte un po’ puttane […] Metti a soqquadro tutto e poi pulisci […] Cucina male che poi ti punisco […] Resta con me fai la badante”.  Il mosaico si completa con la copertina dell’album (ritrae il De Rubertis attorniato da ragazze, tante quante le tracce) che ben esplicita a cosa si riferisca il termine oggetti del titolo e con la locandina del concerto che lo ritrae spaparanzato su di una poltrona in pelle, intento a fumarsi una sigaretta, a fianco di una ragazza sull’attenti con in testa una maschera da pollastra.

Forse il successo di Pop porno (allitterazione davvero riuscita) – per lungo tempo tormentone di Quelli che il calcio? – ha indotto De Rubertis a pensare che il rimarcare le differenze di genere e il giocare con i desideri pruriginosi degli italiani sarebbe potuto essere un’operazione vincente. Non ha però soppesato quanto determinante sarebbe stata l’assenza di Alessandra Contini. L’altro componente del Genio garantiva l’equilibrio, senza si scade nel cattivo gusto.

Arrivano poi Hotel da fine, Signorina, Mazurka e Valzer della sera che viene annunciata come ultima; sinceramente non abbiamo appurato se così è stato. L’album ha, grazie agli ottimi arrangiamenti di fiati ed archi, almeno il pregio di camuffare l’aura da chansonnier macho. Il set minimal di chitarra e voce di Bologna ha invece lasciato il De Rubertis nella sua nudità fatta di pose plastiche, snobismo dandy e scarsa innovatività melodica. Il physique du role non fa il cantautore e una pseudo ironia non redime dalla volgarità.