In questa settimana, due persone che conoscevo se ne sono andate appena la scuola le ha messe in pensione. Se ne sono andate in via permanente, intendo: infarto e aneurisma. Erano state insegnanti meravigliose, in totale sprezzo di un sistema che incentiva l’imbecillità e la sciatteria. Ne conosco a mazzetti, di insegnanti e presidi con una deontologia fuori moda e un autentico amore per quel che fanno. Gente che ha cambiato la vita dei suoi studenti, aperto occhi e  menti che altrimenti sarebbero rimasti chiusi.

La settimana scorsa, se n’è andato anche Carlo Oliva, critico e saggista, libertario, insegnante in pensione: non basterà una vita per sentirne la mancanza.

Apro il giornale di oggi e trovo l’ennesimo articolo su una cialtroneria scolastica: sembra che una preside abbia assunto suo marito per impiegare utilmente dei fondi UE. L’informazione è sacrosanta, la corruzione – se il fatto c’è stato, come appare – indubbia, lo sfascio evidente.

E però, vogliamo per una volta parlare anche di quelli che fanno il loro lavoro? Lo vogliamo dire, per esempio, che ci sono insegnanti che si curano dei loro studenti, senza averne gli strumenti istituzionali ed esibendosi ogni santo giorno in quell’impopolare sport che è l’arrampicata su un vetro insaponato? E vogliamo anche dire che non spetta agli insegnanti controllare l’operato delle strutture dirigenziali e che forse a questo dovrebbe pensare un ministro? Ho una moderata esperienza di scuola, e in quella finestra della mia vita professionale, insegnando in istituti che non erano proprio il fiore all’occhiello della Pubblica Istruzione, ho incontrato insegnati che tentavano di portare a termine compiti titanici, tipo sottrarre ragazzine a violenze domestiche che non volevano denunciare, riportare a scuola ragazzi che non ci andavano da un pezzo, oppure, semplicemente, insegnare un po’ di cultura che servisse alla vita: a non lasciarsi vivere, cioè, nei modi più vari, inutili e distruttivi. Per quanto mi sforzi, non mi ricordo che casi del genere siano mai finiti sui giornali.

E non mi ricordo neanche – questo è molto più grave – che vi sia mai stata una riforma finalizzata a potenziare queste energie positive invece di mortificarle e determinarne l’inanità. Il mio punto di vista è che i ministri che continuano a “riformare” la scuola non ne abbiano esperienza alcuna. Dovrebbero, prima di salire sul loro scranno e legiferare, sperimentarla.

Basterebbe poco: non so, tipo  una settimana di stage di insegnamento in qualche istituto difficile, un paio di mesi a dirigere in contemporanea 5 scuole superiori di tipologia mista, con una paghetta ridicola. Se ne escono vivi, poi potranno mettersi a ragionare sulle riforme. Sia chiaro che non sto difendendo chi esercita l’insegnamento nel peggiore dei modi, e ce n’è un’ampia tipologia.

Una mia amica, che era nella commissione di selezione per il quizzone di prima selezione dei candidati del Tirocinio Formativo Attivo, mi ha raccontato di un assortimento estremamente eterogeneo: a candidati motivati e con un’idea in apparenza chiara di quel che andavano a fare, si affiancavano bizzarri personaggi che sembravano lì per caso e che hanno sostenuto la prova praticamente sdraiati sul banco.
Ora, la mia profanissima domanda è: ma il ministro lo sa che per fare l’insegnante occorre avere una cosa che si chiama “attitudine”? Si rende conto che i selezionati, in un futuro probabilmente remoto ma forse attuabile, si troveranno davanti classi di adolescenti non sempre ottimamente disposti all’apprendimento? Lo sa, il ministro, che i contenuti sono fondamentali in questo mestiere, ma ancora di più lo sono la voglia e la capacità di comunicarli?

Alla fine, è solo una questione di ignoranza. Ignoranza della vita reale. Ignoranza colpevole se di mestiere uno fa il politico, e si mette a riordinare l’istruzione, dimenticandosi che in Italia essa deve essere pubblica e dignitosa, non divaricata tra chi ha denaro da spendere e chi non ne ha.  Perché poi alla fine potrebbero essere in molti a dire, nell’Italia futura, “la scuola me la sono goduta, forse anche perché non l’ho frequentata molto”. E non tutti quelli che lo diranno saranno diventati poeti come Les Murray, che peraltro non si riferisce alla scuola italiana, ma a quella australiana.