Qualche giorno fa la procura di Stoccarda ha chiesto l’archiviazione del procedimento contro gli ufficiali e sottufficiali del reparto Waffen-SS responsabile della strage compiuta a S. Anna di Stazzema il 12 agosto 1944 e già condannati dalla giustizia italiana. Se i resoconti dei giornali sono corretti, le motivazioni sarebbero due: 1) le responsabilità individuali degli imputati non sarebbero determinabili sulla base di fonti o testimonianze certe; 2) «Per gli inquirenti tedeschi durante l’inchiesta non è stato possibile accertare con sicurezza che la strage sia stata un atto programmato e un’azione di rappresaglia nei confronti della popolazione civile. Secondo la Procura è anche possibile che l’obiettivo perseguito dalle truppe tedesche fosse la lotta ai partigiani presenti nella zona e la cattura di uomini da deportare in Germania per compiere lavori forzati. La fucilazione dei civili avrebbe potuto essere stata decisa solo dopo la constatazione che gli obiettivi originari dell’azione militare tedesca non erano stati raggiunti».

Sul primo punto occorre osservare che in contesti di normale e civile convivenza il principio dell’accertamento delle responsabilità individuali in un reato penale è giusto e sacrosanto; ma il 12 agosto del 1944 a S. Anna eravamo non in un contesto normale, ma in un contesto di anomia selvaggia; e non so se in quelle circostanze debba valere il principio a cui ricorre la magistratura tedesca, tanto più che gli imputati erano tutti in servizio con funzioni di comando: sembra difficile che un ufficiale o un sottufficiale di un reparto Waffen-SS non sia stato responsabile – materialmente, o per gli ordini dati – della strage.

Il secondo punto è ancora meno convincente: ammesso che le cose siano andate come la procura di Stoccarda sembrerebbe sostenere, in che senso quello sviluppo dei fatti sarebbe un’attenuante? Cioè, perché dei soldati che partono per una missione – catturare dei partigiani –, e poi si scatenano contro civili inermi, sarebbero da capire, giustificare o assolvere? In realtà, come ha già osservato anche Enzo Collotti, quella ricostruzione è anche in contrasto con le ricerche che numerosi e accreditati storici italiani e tedeschi hanno compiuto sull’operato delle forze di occupazione tedesca sul fronte orientale, nei Balcani o in Italia: le operazioni di deliberata «guerra ai civili», con finalità eliminazioniste (operazioni contro le comunità ebraiche sul fronte orientale sin dall’inizio della guerra) o con funzioni intimidatorie, erano un modus operandi a cui le forze di occupazione tedesca ricorrevano spesso, in Italia soprattutto nella fase della ritirata; e l’azione compiuta a S. Anna rientra a pieno titolo in questa modalità di azione. Forse che la procura di Stoccarda conosce fonti finora ignote agli storici che cambierebbero il senso di un’interpretazione largamente condivisa dai migliori specialisti?

L’episodio mi sembra già abbastanza grave in sé; ma mi sembra anche ulteriormente grave per le implicazioni che ha sulla struttura dell’Unione europea: possibile che le magistrature di due paesi che appartengono alla stessa importante entità sovranazionale possano ragionare in modi così radicalmente diversi, sul piano dei principi e sul piano del rapporto con la ricerca scientifica? Stando così le cose, anche questo episodio apre un’altra crepa nell’edificio già non così solido dell’Ue.