Vi descrivo un giorno della mia vita: una cosa che potrebbe autorevolmente iscriversi nella rubrica “E chi se ne frega” se non celasse, forse, un profondo significato filosofico. Allora, martedì mi alzo alle sei, prendo l’autobus alle sei e venti e poi il treno da Genova Brignole a Genova Principe. Qui incontro un mio collega che fa la mia stessa vita –  lui professore a Macerata, io a Trieste – e comincia il viaggio vero e proprio, direzione Milano. Discorriamo, da pendolari provetti, dei diversi modi per fare i biglietti per Trenitalia: lui li prenota online e si accapiglia per ritirarli con le apposite macchinette nelle stazioni, io ho ormai rapporti intimi con tutti gli sportellisti della penisola. A Rogoredo ci dividiamo, promettendoci amore eterno: lui ha l’Eurostar per Bologna, mentre io sono atteso in Centrale da un sontuoso Eurostar per Venezia.

Il cambio di dieci minuti, non riconosciuto dalle Ferrovie, è saltato con scatto da centometrista. I pericoli maggiori, del resto, non sono le multe e l’infarto, ma il bivacco in Centrale, trasformata da Trenitalia in un sordido centro commerciale, come prima o poi accadrà infallibilmente a tutte le altre stazioni italiane, almeno a quelle non abbandonate ai clochard. Sull’Eurostar, viaggiando in seconda, evito i posti per turisti giapponesi che il sistema elettronico ogni volta mi assegna, e anche il cocktail di benvenuto riservato a chi viaggia in prima classe – champagne come se piovesse, e anche escort, suppongo – e riesco a studiare quel tanto che basta da farmi venire due o tre idee che rivoluzioneranno la storia della cultura occidentale.

A Mestre mi attendono Le botti, un buffet da guida Michelin, e una rapida fila per fare i biglietti della settimana successiva: così ottimizzo la sosta, che altrimenti durerebbe un’ora. Il resto – l’interregionale per Trieste, l’arrivo alle quattordici e quindici, il taxi, la doccia in albergo, il bus per l’università, il passaggio segreto e tutti gli altri trucchi che mi permettono di comparire dinanzi ai miei studenti alle quindici e quindici in punto, come Phileas Fogg dinanzi ai membri del suo club nel Giro del mondo in ottanta giorni – sono senza storia: e poi è la mia vita, se permettete. Più importante, forse, e la profonda morale che vi avevo promesso: anzi, le due morali, al prezzo di una.

La morale più semplice si trova in Opinioni di un clown, indimenticabile romanzo di Heinrich Boll o, se preferite, in Tempi moderni di Charlot, e suona così: le nostre vite, beninteso nei casi migliori, sono ormai una meccanica successione di arrivi e partenze, nella quali, per massimizzare le opportunità o semplicemente per sopravvivere, spendiamo tesori di razionalita. La morale più profonda, fra esistenzialista e zen, e invece questa: mettiamo la nostra migliore razionalità al servizio di un’esistenza irrimediabilmente irrazionale.