Un’interrogazione parlamentare al Ministro Gnudi sulla discriminazione delle squadre meridionali nel campionato di calcio femminile. L’iniziativa è della A.S.D. Pink Bari, che accusa la Divisione calcio femminile di adottare criteri iniqui nella formazione dei gironi del torneo di Serie A2. Un disagio che parte da lontano, e che è esploso definitivamente quest’anno, quando è stato annunciato il calendario della prossima stagione. Alessandra Signorile, presidente della Pink, spiega il perché a ilfattoquotidiano.it: “In A2 ci sono 44 squadre, che vuol dire in teoria quattro gironi da 11. Dopo l’esperienza poco positiva dell’ultimo campionato – in cui c’erano tre gironi da 14 e solo il nostro da 11 – questa era l’unica richiesta che avevamo avanzato. E invece non è cambiato nulla: due gironi da 12, uno da 11, nel nostro solo 9 squadre. Allora abbiamo deciso di dire basta”.

Quello della “ghettizzazione” dei gironi meridionali è un problema tutt’altro che insolito negli sport minori. “Il costo delle trasferte ci preoccupa relativamente. Noi vogliamo crescere, confrontarci con altre realtà, mentre la Divisione non ce lo permette. Anche il criterio della vicinanza geografica non regge, visto che nel nostro girone gioca Foligno ma non Jesi, che pure sarebbe più facile da raggiungere”. Le calciatrici della Pink hanno sottoscritto un appello, ricevendo la solidarietà di molte squadre in tutta Italia. “Giocare in un girone a ranghi così ridotti – prosegue la Signorile – presenta molti inconvenienti: sportivi, perché 16 partite nell’arco di 9 mesi sono troppo poche; e anche economici, perché il 27% di partite in meno equivale al 27% di visibilità in meno e quindi al 27% di probabilità in meno di attirare uno sponsor”.

Ne è nata, come detto, anche un’interrogazione parlamentare, promossa dall’onorevole Dario Ginefra (in quota Pd), che si è fatto carico di sottoporre la questione alle istituzioni. E i risultati non sono mancati. In un primo momento la Pink Bari aveva addirittura deciso di ritirarsi dal campionato. Poi, nei giorni scorsi, è arrivata la notizia dell’iscrizione al girone D di una nuova compagine campana, la S.S.D. Centro Ester. Una decisione, però, che soddisfa solo parzialmente i vertici della squadra barese. “È una pezza messa dalla Divisione, niente di più. Nel girone adesso siamo in 10 e proprio domani iniziamo il campionato. Ma è assurdo che a due mesi dalla scadenza dei termini una squadra, che per altro l’anno scorso giocava in Serie C e non si è guadagnata la promozione sul campo, possa essere iscritta ad un campionato importante come la A2, solo ‘in virtù dei poteri conferiti al Presidente’”.

“Evidentemente ha poteri infiniti”, chiosa sarcastica la Signorile. E così la protesta continua. “Siamo affiliati alla Lega nazionale dilettanti, siamo commissariati: vogliamo autonomia, regole certe, trasparenza di gestione. È assurdo che nella patria del calcio, l’Italia, il movimento femminile sia ai livelli del terzo mondo, quando invece nel resto d’Europa ottengono risultati straordinari, come dimostrato dalle ultime Olimpiadi”. Dove, giusto per la cronaca, l’Italia non era presente. “La colpa è dei dirigenti – conclude la Signorile – e finché ci sarà questa mentalità le cose non cambieranno. Il modo in cui vengono trattate le squadre meridionali è il simbolo di un sistema che non funziona. E Tavecchio (il presidente della Lega Dilettanti, commissario straordinario della Divisione calcio femminile, nda) continua ad ignorarci”. Ma non potrà farlo ancora a lungo: per convocare un’assemblea straordinaria servono le firme dei 2/3 dei membri della Divisione, la petizione della Pink ha già raccolto l’adesione di 30 squadre su 60. E per questo prosegue anche l’iter dell’interrogazione parlamentare.

Attualmente bloccata da una questione di competenza sollevata dal sindacato ispettivo, e su cui dovrà esprimersi il presidente della Camera, Gianfranco Fini. “Ma noi siamo fiduciosi”, afferma Ginefra. In caso di pronunciamento favorevole sull’ammissibilità, l’interrogazione potrà quindi essere calendarizzata ed arrivare davanti al ministro. “È una battaglia che mi sta particolarmente a cuore – conclude Ginefra – perché non parliamo di un problema specifico della Pink Bari, è una questione di principio: così facendo si mette in discussione l’idea stessa di nazionalità del campionato; un modello di frazionamento del Paese non può e non deve passare, nello sport come nella nostra società”.