Poche risorse e troppa burocrazia. Sono molte le parrocchie della bassa emiliana, là tra Modena e Ferrara, dove il terremoto ha colpito duramente, che sperano in un aiuto del governo per ricostruire ciò che è andato distrutto. Riedificare le centinaia di chiese danneggiate, spiegano i parroci delle comunità religiose locali, costerà cifre esorbitanti e i soldi non ci sono, tanto che per molti edifici si parla di anni. Almeno dieci o quindici affinché i luoghi di culto più colpiti possano riaprire.

E poi c’è la burocrazia che, rappresentata dalla soprintendenza, spesso complica le cose. Le disposizioni si affastellano con le ordinanze emesse dal commissario Errani e in molti casi la difficoltà di conciliare tutte le voci blocca i lavori. Anche perché, spiega don Giorgio Palmieri, parroco di San Felice sul Panaro, “gli edifici crollati sono talmente tanti che ancora non sono stati messi tutti in sicurezza, e le macerie devono essere rimosse prima che si possa anche solo pensare di ricostruire”. 

Danni per miliardi di euro distribuiti su centinaia di edifici, collocati su una superficie di circa 2.800 chilometri quadrati, 279 in tutto fra le strutture, di piccole o grandi dimensioni, lesionate dalle scosse. Secondo i dati forniti dall’Ufficio amministrativo diocesano, le chiese parrocchiali colpite sono 91, quelle non parrocchiali 57, 34 campanili, 44 canoniche e 15 scuole. Di questi, 54 sono gli edifici danneggiati che hanno ricevuto l’ordinanza di inagibilità, alcuni di essi ormai divenuti simbolo dell’Emilia terremotata. Come il duomo di Finale Emilia, la chiesa di Medolla, quella di Camposanto, e ancora la chiesa di San Giuseppe a San Felice sul Panaro. “Molte di quelle chiese, quelle gravemente inagibili se non addirittura crollate, probabilmente nemmeno riapriranno – spiega il parroco di San Possidonio – e così la nostra, distrutta al 90%, ora verrà messa in sicurezza e poi rimarrà lì, un cumulo di macerie abbandonate a deperire”.

Perché da un lato, ripetono i parroci, i soldi non ci sono. E ciò che ogni singola parrocchia ha a disposizione non basta, specie nelle città più piccole, con pochi abitanti. E la Chiesa? “Non abbiamo i mezzi per ricostruire, né i soldi, la curia non può certo pagare tutto – risponde la parrocchia di San Possidonio – basti pensare che solo mettere in sicurezza la nostra chiesa, per puntellare i muri e rientrare in canonica ci hanno presentato un conto di 477.000 euro”. Cifre alte, che le offerte non possono coprire da sole, “sono una goccia, anche se è con le gocce che si fa il mare – spiega don Valter Tardini, della parrocchia San Nicolò di Bari, a Camposanto – anche perché si fa fatica a organizzare sagre o serate di beneficenza per raccogliere fondi. Ora abbiamo solo le offerte che raccogliamo a messa, ma non bastano”.

Dall’altro, spiegano dalla parrocchia di Finale Emilia, “nella fase di ricostruzione non si può pensare di riedificare le chiese esattamente com’erano prima che ci fosse il terremoto. Sarebbe uno spreco di risorse perché basterebbe una nuova scossa e saremmo daccapo”. Adottare criteri antisismici, però, già in fase progettuale costituisce un problema. “In questi giorni ci sono stati diversi sopralluoghi – aggiungono dalla città epicentro del terremoto del 20 maggio – ma non c’è organizzazione tra la soprintendenza e la Regione, così si spendono più soldi del necessario”.

Quindi, l’unica soluzione per i tanti ‘don’ dell’Emilia, è appellarsi allo Stato. “Appena possibile – racconta don Tardini – prepareremo un progetto e lo presenteremo alla curia, che ci dirà quanto destinerà alla nostra parrocchia, ma poi lo Stato deve intervenire”. “La chiesa non ce la fa più – spiega alla stampa locale anche don Marco Bezzi, economo della curia di Ferrara, che ha lanciato un vero e proprio s.o.s – La diocesi ha risorse limitate, quelle che arrivano dagli affitti. Ma il Vaticano non è il pozzo di San Patrizio”.

Risorse che, “oltretutto diminuiranno se effettivamente ci sarà da pagare l’Imu – sottolinea don Giorgio Palmieri, – per ora cerchiamo di non pensarci, ma di certo non sarebbe un aiuto”. Il contrario, spiega don Bezzi, “perché non esistono i presunti privilegi sbandierati nelle campagne denigratorie contro il clero, nessun beneficio, stesse accise, anche se siamo no profit”. Quindi chi aveva beni da affittare, come alcuni parroci che “avevano piccoli appartamenti che davano in affitto a prezzi modici alle persone in difficoltà, diciamo 100 euro al mese, con l’aumento dell’Imu ora quella la pagheranno come se fosse una seconda casa. E se si rompe una caldaia? Se anche dai una casa in comodato non puoi pagarla”.

“La chiesa deve essere sostenuta e aiutata” sottolinea quindi don Bezzi, richiamando quell’appello alla “solidarietà” che Papa Benedetto XVI ha ripetuto più volte dal 20 maggio. “Lo Stato, come ha aiutato le aziende, altrettanto deve fare con i luoghi di culto”, gli fa eco don Stefano Zanella, vicedirettore dell’Ufficio beni culturali e arte sacra della diocesi di Ferrara-Comacchio.

Anche se, perfino tra gli ecclesiastici la fiducia nel governo vacilla. A Finale Emilia, infatti, si pensa a come ricostruire tutto senza contare su alcun sostegno pubblico “che comunque – spiegano con parole dure dalla parrocchia – anche prima del terremoto non è mai arrivato. Qui in città ci sono 3 chiese di proprietà dello Stato, concesse a noi in usufrutto perpetuo e sono 17 anni che ci devono restituire i soldi che abbiamo speso per fare dei lavori. No – sottolineano, contattati telefonicamente da ilfattoquotidiano.it – se fosse per lo Stato tutte le chiese di questo paese sarebbero già crollate. Da Roma fanno promesse che non mantengono e chi ancora crede che, in seguito al terremoto, arriveranno aiuti concreti si illude”. 

Almeno nel ferrarese, però, la battaglia dei parroci sembra già vinta. Il Comune di Ferrara, infatti, ha annunciato che verranno effettuati sopralluoghi, prima vincolati dalla soprintendenza, per compilare le schede Aedes delle chiese danneggiate. Grazie a queste, anche le comunità ecclesiastiche locali potranno fare domanda per accedere ai finanziamenti pubblici e ricevere, così, risarcimenti fino all’80% dei danni subiti in seguito al sisma. Come i privati cittadini.