Si contano 36 motociclette con i lampeggianti e almeno una dozzina tra auto e Suv quando Mitt Romney lascia il museo dell’aviazione di Denver, lunedì sera. Se stasera, qui a Denver, Romney sbaglia il dibattito con Obama la scorta sarà l’unico attributo presidenziale che gli resterà (da quando ha vinto le primarie Repubblicane i servizi segreti hanno alzato al massimo il livello di protezione). Camicia bianca, senza giacca ma con cravatta, i capelli perfettamente stabili anche quando accenna una corsa sul palco, Romney si concede ai sostenitori dopo 2 ore d’attesa, ma ha un cedimento che non sfugge alle migliaia di persone (non tantissime, ma disposte in modo da sembrare una folla in tv) pronte ad acclamarlo. Dice: “Se sarò eletto presidente”, poi si corregge: “Quando sarò eletto presidente”.

Basta ascoltarlo, mentre per una mezz’ora recita la piattaforma repubblicana di Stato minimo, raddoppio delle licenze per le compagnie petrolifere in Usa e la promessa di 12 milioni di posti di lavoro, per capire che anche Romney sembra ormai rassegnato alla sconfitta. La voce è piatta, uniforme, il sorriso identico quando racconta di essersi innamorato dell’America nei parchi naturali e quando abbraccia i bambini per le foto. Il dibattito con Obama? “Tutti si chiedono chi vincerà e chi perderà, non credo che questo sia così importante. Quello che conta è l’opportunità di parlare al popolo americano per spiegare quali sono le cose da fare”, avverte i fan che agitano palloncini bianchi e blu e bandiere americane. Joe Megyesy, un giovane consulente per campagne elettorali che ha lavorato con i Repubblicani in Colorado, spiega: “Romney è sempre stato percepito come un moderato, da governatore del Massachusetts, poi si è dovuto spostare a destra per vincere le primarie, e poi di nuovo al centro dopo la nomination. Su tutti i temi rilevanti ha preso posizioni contraddittorie”. E per questo non entusiasma nessuno, tutti lo stimano e nessuno lo ama.

Eppure i sondaggi dimostrano che il voto del 6 novembre non è ancora scontato. I Repubblicani aumentano gli sforzi negli Stati in bilico, come il Colorado, che vale 9 voti nella corsa alla Casa Bianca (ne servono 270 per vincere). Ieri mattina a Denver è arrivata anche Ann Romney, più popolare del marito, soprattutto per come ha affrontato pubblicamente la sclerosi multipla. Si intravede anche una strategia nella campagna Repubblicana: riconoscere la superiorità individuale di Obama e usarla contro di lui, trasformando Romney nell’underdog, l’inseguitore, con una missione sulla carta impossibile. E quindi in grado di mobilitare gli indecisi. Nel discorso a Denver Romney critica la politica estera di Obama dicendo che “la personalità non basta”, più volte ha riconosciuto al presidente un notevole talento oratorio e i consulenti Repubblicani stanno accreditando l’immagine di un Obama invincibile nei dibattiti contro un Romney novizio e quindi sfavorito. Ma e’ vero il contrario: Romney ha affrontato oltre una dozzina di confronti durante le primarie, mentre Obama è fermo da 4 anni e per lunghi mesi ha sottovalutato a tal punto la pericolosità di Romney da non predisporre alcuna strategia per contrastarlo direttamente.

Obama, quindi, ha tutto da perdere dal dibattito che si terrà stasera nell’università di Denver (biglietti limitati, ci saranno più studenti che autorità, in città si attendono 12 mila giornalisti). Ma Romney ha armi limitate: non può parlare di religione per solleticare i Repubblicani convinti che Obama sia musulmano, e sono parecchi, perché il presidente gli replicherebbe che nelle statistiche i mormoni come Romney non sono neppure classificati come cristiani.

L’economia è l’argomento decisivo, ma il candidato Repubblicano non ha mai spiegato bene quali spese intende tagliare per prolungare gli sgravi fiscali introdotti da George W. Bush. E contestare a Obama di non aver arginato la recessione ereditata da Bush è scivoloso, visto che da un anno le cose stanno migliorando, sia pure di poco. Quindi i Repubblicani si limitano a invocare una real recovery, una vera ripresa. La politica estera non smuove troppi consensi, e Romney rischia di sembrare poco patriottico e presidenziale continuando ad attribuire alla Casa Bianca la colpa per gli attacchi alle ambasciate in Nord Africa.

L’ex governatore del Massachusetts può però limitarsi a ripetere il suo slogan, che rievoca il primo Tony Blair: “La mia priorità è una: lavoro, lavoro, lavoro”.

Il Fatto Quotidiano, 3 Ottobre 2012