Prima di parlarvi del grande Leonard vi devo confessare una cosa: ho lavorato molto a un post che cercava di rispondere a certi commenti in merito alla musica ai tempi di Internet (il mio ultimo parlava di ciò che hanno escogitato i The Perris per promuoversi), ma, dopo ore di applicazione, mi son reso conto con lucidità che avevo promesso di non ritornarci più, e mi son soprattutto reso conto che rischiavo di far confondere il mio desiderio di precisione e di esattezza con la pedanteria (nonostante il tentativo di calibrare con il miglior tono possibile ogni frase). Sicché… sicché nulla, come dicono i toscani: passo oltre.  Lo scritto iniziava così:

“Fra le risposte al mio ultimo post sulla musica ai tempi di internet alcune le ho percepite un po’ antagoniste o scritte con fare sufficiente, una decisamente sballata e aggressiva, una ridicola, altre vogliose di essere argomentative. Ci ritorno su per tentare di condensare in queste mie parole una sorta di contro-risposta ultima, perché dal mio punto di vista non è stato quasi mai colto, in quelle risposte, il quid di ciò che intendo. Però facciamo un patto, se vi va: chi in questo momento sta pensando cose tipo “Ecchepppalle!”, può anche decidere di non leggermi.”

Semmai, una volta o l’altra, passato un po’ di tempo, lo riproporrò (giusto per non buttare via le ore di lavoro e giusto per dare risposte a chi implicitamente o esplicitamente poneva domande. E magari, chissà, a chi ancora ne fosse semplicemente interessato :)

Concedetemi un saluto a Frankie Hi Nrg, di cui ho molto apprezzato la volontà di intervenire.

E ora Cohen.

Il potere di certi scatti fotografici è quello di ridare vita a emozioni vissute anni addietro (pure qualche giorno passato fa sì che a richiamarlo con una foto esso dia buona vibrazioni, ma è innegabile che la qualità di ciò che ci investe, in questo caso, è un dosato mix fra il ricordo e l’eco “concreta” di quanto vissuto, ancora risonante in qualche microscopico anfratto dei nostri circuiti cerebrali da cui originano gli stati d’animo e le emozioni).

Lunedì 24 settembre ho visto per la seconda volta nella mia vita Leonard Cohen, all’Arena di Verona. Su quel palco ci stava la grazia. E da quel palco un effluvio incantevole di delicatezze, più potenti di una parata di carri armati agguerriti, aspergeva tutti i presenti con il suo spruzzo di calore sonoro. Era davvero estasiante sentire il silenzio religioso di 12.000 persone addomesticate dalla forza di parole e note detentrici della bellezza. Ed era confortante rendersi conto che per un po’ di gente è sufficiente una densità di pensiero genuina, onesta, fascinosa e problematica al contempo, tutt’altro che chiassosa, tutt’altro che populistica, tutt’altro che… tutto quel che vi possa venire in mente di negativo in tal senso, per sentirsi parte di un mondo favoloso e buono (unico invito fatto alla gente, al posto di slogan e frasi a effetto per rabbonirsi gli ingenui, è stato quello di guidare piano per tornare a casa dalle proprie famiglie e dai propri cari, o dalla propria altrettanto cara solitudine).

Non mi sono mai imbattuto in un solo inciampo retorico, nei testi da me letti di questo grande artista; non una sola banalità lasciata correre per chiudere frettolosamente una canzone. Acume e intelligenza, sia nella profondità delle nostre grandi-misere questioni di esseri umani alla ricerca di una certa serie di risposte a una certa serie di “perché?”, sia nell’ironia del sornione lady’s man (il mio libro dei suoi testi, edizione Baldini&Castoldi, traduce con “cicisbeo”, e per certi versi mi sembra appropriato) che sa conquistare le donne senza mai riuscire a farsi detestare, anche quando le tradisce. E che sa ballonzolare sul palco per raggiungere la sua postazione come un bimbetto in procinto di commettere una marachella (una incarnazione del poeta-fanciullino niente male).

Ogni pezzo della scaletta, che si succedeva con morbida lentezza, destava in me le suggestione multicolori della sua vita, come se fossero i singoli scatti del suo percorso avvincente, fra i primi tentativi da poeta, i primi successi da cantante (e all’epoca la sua voce era disprezzata da molti!), le delusioni di metà carriera, il ritorno di popolarità, le donne, la Grecia (dove andò a vivere), il Tibet (dove andò a vivere), le riflessioni mutevoli… Ma: leggetevi la sua biografia. E’ coinvolgente!

Nella canzone dei Marlene che presento oggi, l’ultimo verso, una volta pensato e poi scritto, l’ho sentito immediatamente coheniano (non solo nel significato letterale, ma anche nello spirito), e l’intima soddisfazione è stata immediata. Anche una sua canzone (assai famosa) chiude più o meno allo stesso identico modo… Ovviamente Lui la scrisse molto prima di me.

Scatti

“Ecco qua lo scatto dove abbracci anche lui

con ingenua affettuosità:

vanno ancora bene gli affari e l’amore come dicono?

Io non ti ho mai più pensata, ma so

che i tuoi bambini crescono”

 

testo: Cristiano Godano
musica: Cristiano Godano, Luca Bergia, Riccardo Tesio
(C) 2010 Sony Music Entertainment Italy S.p.A. 
dall’album ‘Ricoveri virtuali e sexy solitudini’ – Sony Music Columbia