Il governo del presidente siriano Bashar Assad sarebbe responsabile di uno degli attentati con autobomba che hanno sconvolto la capitale siriana Damasco nella primavera scorsa. Questa, almeno, la tesi dell’emittente Al Arabiya, che pubblica sul suo sito web un documento che sarebbe stato ottenuto attraverso una talpa dell’opposizione siriana nella struttura di governo. Al Arabiya, che scrive di aver potuto verificare l’autenticità del documento, dice che l’attacco a cui si riferisce è quello del 10 maggio scorso, al complesso dell’intelligence militare di El Qazzaz, costato la vita a 55 persone, uccise da una doppia esplosione.

Il governo siriano accusò dell’attacco non meglio identificate «reti terroristiche straniere», mentre la Lega Araba, condannando l’attacco, dichiarò che il suo obiettivo politico era il lavoro di Kofi Annan, che allora aveva iniziato da meno di due mesi la sua opera di mediazione, poi fallita, per arrivare a una soluzione della crisi siriana.

Secondo Al Arabiya, invece, in un documento datato 8 maggio 2012 e proveniente dal palazzo presidenziale, il generale Dhu al-Himma Shalish, capo della Sicurezza Speciale della presidenza, si rivolge al capo della sezione 291 dell’Intelligence dell’aviazione militare, Saqr Mannon, esprimendo la necessità di convincere l’opinione pubblica internazionale della presenza di gruppi di terroristi stranieri nel paese. Secondo Al Arabiya, il documento indica che Shalish agisce ubbidendo a diretti ordini del presidente Assad. Il documento, prosegue l’emittente, continua esponendo i passi da assumere per l’attacco ed è seguito da un altro file riservato, firmato dallo stesso Mannon e diretto al colonnello Suhail Hassan, del servizio di intelligence dell’aviazione militare, con istruzioni per portare avanti l’operazione e riferire una volta che sia stata completata.

Al Arabiya non è nuova a scoop di questo genere e promette nuovi documenti riservati. Nei mesi scorsi era riuscita a mettere le mani su parte del carteggio privato di Assad e della sua famiglia e poi sulla corrispondenza tra l’azienda di public relations statunitense che ha curato l’immagine del governo siriano e la figlia dell’ambasciatore siriano all’Onu, che lavorava come addetta stampa del governo.

Il governo siriano comunque mantiene inalterata la propria versione dei fatti, e sostiene che sia l’attentato del 10 maggio che quelli successivi, così come alcuni massacri avvenuti nel corso di sono opera di cellule jihadiste legate ai movimenti armati dell’opposizione.

Intanto, anche nella capitale Damasco sono in corso violenti combattimenti. Secondo Al Jazeera, dall’alba di questa mattina ci sono state diverse violente esplosioni nei quartieri della periferia orientale della città, in particolare a Zamalka e Ain Terma, due zone considerate roccaforte dei guerriglieri del Free Syria Army. L’azione dell’esercito regolare avviene, spiega l’emittente qatariota, dopo che diversi check point dell’esercito sono stati attaccati dai ribelli nei giorni scorsi. L’esercito regolare aveva respinto una prima offensiva del FSA a luglio scorso ma a quanto pare non era riuscito a eliminare tutte le sacche di resistenza alla periferia della capitale.

Secondo l’iraniana Press Tv, le forze regolari siriane hanno scoperto un deposito di armi a Damasco, nascoste in un canale di drenaggio. Ad Aleppo, invece, dove sono in corso violenti combattimenti che hanno anche danneggiato gravemente lo storico Suq della città, patrimonio dell’Unesco, secondo Press Tv c’è stata una manifestazioni di residenti che hanno ringraziato l’esercito regolare per la protezione contro i ribelli. Diciassette combattenti anti-governativi, aggiunge l’emittente iraniana, sono stati uccisi dai soldati nella zona di Al-Azizia.

L’Iran continua ad appoggiare il governo di Damasco, anche se, stando a un articolo apparso sul Times, l’impegno a favore di Assad avrebbe causato una divergenza tra la Guida suprema ayatollah Ali Khamenei e il capo dell’intelligence Qassem Suleimaini, a causa dei crescenti costi economici e politici di questo appoggio. Secondo il Times, che cita sia fonti di intelligence occidentali che esponenti dell’opposizione iraniana, Khamenei contesterebbe a Suleimaini il fatto che nonostante l’appoggio iraniano il conflitto non sia affatto vicino alla fine. In Iran l’anno prossimo si vota e anche il posizionamento internazionale del paese potrebbe essere parte della campagna elettorale a cui non potrà partecipare il presidente Mahmoud Ahmadinejad, giunto alla fine del suo secondo e ultimo mandato.

di Joseph Zarlingo