Una mattina in cui pensavo che la mia vita, come il mio paese, fossero condannati a un’eterna stagnazione, un amico mi telefonò e mi disse: “scriveresti un pezzo sull’ultimo libro di Roberto Amato? Il prossimo numero della rivista è tutto dedicato a lui”. Ancora prima di sapere di quale libro di Amato si trattasse, dissi “sì”.

Conoscevo di questo poeta di Viareggio Le cucine celesti, una raccolta la cui lettura mi aveva procurato felicità e fiducia; quella fiducia, per intenderci, che si prova a volte quando si attraversa sulle strisce pedonali e le automobili si fermano rispettose. La sensazione di vivere in un mondo di cose semplici e molto profonde. 

Mi piaceva tutto delle poesie di Le cucine celesti; il loro tono generoso e ironico, la capacità di giocare con parole di uso quotidiano rese sfolgoranti grazie al contesto straniante in cui il poeta le collocava. Mi piaceva l’odore caldo di cucina che ne usciva, le fantesche con i grembiuli e le vette celesti dalle quali osservare piccoli destini che si fanno poesia. 

Quei versi erano riusciti persino a farmi apprezzare le ore spese a cucinare, attività in cui non eccello e che mi genera qualche frustrazione. Dopo la lettura di Le cucine celesti, con i suoi tripudi di odori, paradisi e inferni culinari, saturnini riti domestici, quelle ore avevano improvvisamente assunto una loro calorosa aurea poetica. Non dovevo però scrivere de Le cucine celesti, bensì della raccolta di Roberto Amato recentemente pubblicata, L’acqua alta .

Quella mattina dai pensieri cupi sfiorì nella libreria più bella della mia città. Comprata L’acqua alta, edito da Eliot (bella la carta, la copertina con un acquarello del poeta stesso) me ne tornai verso casa con un senso di appagamento. Avevo un libro di poesia da leggere, avevo un libro di poesie di cui scrivere; non ero più con i piedi in uno stagno ma immersa in un torrentello di acqua viva.

Iniziai quel pomeriggio stesso la lettura, aspettandomi il viaggio confidenziale con un amico di cui conoscevo tic e pensieri. Pronta a farmi trasportare dal vento del gioco, dei ricordi e sapori familiari e angelici, calore di affetti epici e domestici. Mi ritrovai invece con L’acqua alta in un labirinto di vicoli e calli, con un cielo di acqua e una misteriosa destinataria. Poesie stipate di parole che non conoscevo (“soggoli di crespo”), personaggi di cui ignoravo l’esistenza (ma chi è Anafesto?). Prima impressione: non ero abbastanza còlta per affrontare quelle poesie (e poi Kierkegaard in calce..).

L’acqua alta, al contrario de Le cucina celesti, mi appariva un libro difficile per una lettrice di poesia come me, cioè emotiva, istintiva, in qualche modo illetterata della critica. Chiamai il mio amico dicendogli che non sarei stata capace di assolvere il compito che mi aveva affidato; “Ho letto la prima sezione; penso tu abbia una considerazione troppo alta delle mie capacità”, dissi.

“Non fare tante storie” tagliò corto. “Non devi fare un pezzo di critica. Scrivi quel che pensi del libro e poi vai ad incontrare Amato, ecco il suo indirizzo e-mail”.

Confortata dall’idea che l’incontro con il poeta mi avrebbe offerto il filo per cucire insieme le prime impressioni di lettura, scrissi ad Amato domandandogli se fosse stato possibile incontrarci. E lui, a sorpresa, mi rispose: “certo che sì, ma ci incontreremo sullo schermo del computer”. Dovevo aspettarmelo da un poeta che scrive:

ecco
ora mi sento più tranquillo
ora che qui
non può entrare nessuno
ora che le campane delle navi
suonano in lontananza
(certo per festeggiare la mia salvezza)”

L’idea di iniziare a scrivere de L’acqua alta partendo dal mio viaggio verso Viareggio, descrivendo il luogo in cui il poeta viveva, sentendo gli odori che lui annusava e guardando quel che lui vedeva, sfumava. Non mi era più possibile illuminare i passaggi oscuri di quelle poesie con il contesto in cui erano nate; né mi aiutava la bella nota di Manlio Cancogni a chiusura della raccolta che racconta dell’incontro vent’anni prima con la poesia di Amato, considerato da lui “ il poeta più originale che ci sia oggi in Italia”.

Armata di fiducia, ripresi in mano L’acqua alta e finalmente (l’audacia viene sempre premiata) la raccolta si aprì a me nella sua luce. Consiglio al lettore di questo libro di fare subito quel che io avevo fatto in un secondo momento: entrare nelle poesie de L’acqua alta con leggerezza, senza indugiare sui reconditi significati, né scoraggiarsi dalla difficoltà dei primi versi.

Come sanno i navigatori di questo mare, la poesia non sempre si lascia capire; a volte si lascia prima di tutto “sentire” (e penso a Paul Celan, a René Char, a certe oscuri presagi di Marina Cvetaeva). E allora invece che spiegarla, la poesia, si tratta di ascoltarla, come si ascolta il respiro di qualcuno amato che ci sta accanto. E’ importante sapere il nome del vento che ci sospinge nella lettura? Non è forse meglio dispiegare le vele e seguire la rotta ignari di “qual buon vento ci porta”? Così feci e le poesie di Roberto Amato mi regalarono gioie inattese, divertimento, intimi rifugi, panorami su luoghi popolati da pennuti e da fantasmi capricciosi.

Ero pronta per mettermi a scrivere; ma arrivò il contrordine: il poeta non diede il suo consenso alla pubblicazione del numero della rivista a lui dedicato ed io, finalmente entrata ne L’acqua alta con passione, dovetti rinunciare a scrivere il mio pezzo. Questo post è la mia piccola vendetta, per avermi fatto innamorare e poi abbandonato.

Cito qualche verso de L’acqua alta dove l’ironia è padrona:

Dove potrebbero sciogliersi tutte queste case?
c’è un altro luogo?
una pirofila diversa?
del mondo non è rimasta che questa minestra di case
speziata dal corno nero di una gondola…”.

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(“l’acqua è verde come un infuso
una minestra di ortiche sfatte: la bollitura è andata troppo oltre…”,
abbiamo rastremato i canali
gli incroci delle calli dove l’acqua si muove come una cosa morta
e seppellisce soglie e passaggi per l’aldilà”)

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credo sarebbe bene frullare i turisti
decapitarne qualcuno (i più irriducibili)
e poi
tutto andrebbe servito sopra un piatto d’argento
(cioè colore della laguna)”.

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 “Secondo me
noi siamo in un abisso
archeologico

 

la casa è sprofondata
per molte miglia marine
ma….
com’è successo?
e noi dove eravamo?
nel dormiveglia?
oppure in naftalina?
secondo me…
noi stavamo tranquilli
ripiegati e nascosti
negli armadi

eravamo lenzuoli
federe
asciugamani da viso

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siamo stati cavalli o cavalleggeri
o abbiamo cavillato sul nulla o meglio
sul Nullaosta”.

 “…e il nostro amore
(…)
è nato col cesareo”.

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 Desideravo vedermi crescere
insieme al parco 

ma
secondo l’opinione di questi pini sfuggenti
io non seguivo il vento
né le correnti ascensionali né il richiamo dei cardellini

e crescevo di lato
mi estendevo per così dire fiancheggiandomi

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 “io sono un musicista
autodidatta
e come tutti i dilettanti
ho qualche difetto
o meglio
sono imperfetto
o vago
nel precisare i dettagli
degli strumenti inessenziali

Ad esempio
la partitura dell’ocarina
mi sfugge
e poi…
in che chiave?

Dunque in che chiave leggere Amato? Non è importante, basta lasciarsi andare a questa sua energia linguistica, abbandonarsi ai suoi abissi lessicali e visionari e ascoltare come squilla la sua tromba (tutte quelle dentali sonore di autodidatta, dilettante, difetto, dettagli…). La musica di questa poesia mi sveglia; non rischio più di essere investita dall’auto del presente perché lo sguardo è affannato verso il futuro; Amato mi mostra i segreti poetici nascosti nell’attimo, gli abissi profondi di quel che mi circonda, le strisce pedonali sulle quali attraversare per approdare in sicurezza alle sponde infinite della mia vita semplice.