Se la fame aguzza l’ingegno, la ricerca italiana salverà il mondo.  Un post di Bruno Maida.

E’ da tempo che i ricercatori dell’università italiana chiedono il ruolo unico, che significa uguali diritti e doveri (nella ricerca e nella didattica) per tutti i docenti. In realtà, sono ormai molti anni che i ricercatori svolgono la stessa quantità di attività didattica dei professori ma hanno uno stipendio decisamente inferiore, non possono accedere alle diverse cariche di governo, sono in fondo alla gerarchia feudale che è imposta dalla legge e dalla cultura accademica. Anche per questo hanno protestato e continuano a farlo.

Ma finalmente il governo ha dato un segno inequivocabile di rinnovamento, anzi come dicono i più giovani: “è troppo avanti!”. Il ruolo unico l’ha realizzato nei fatti con l’articolo 5 della spending review: dal 1° ottobre i buoni pasto dei ricercatori strutturati e precari verranno azzerati, parificandoli così ai professori. Finalmente tutti uguali, certo con qualche problema per una fascia di lavoratori che spesso vive tutta la settimana nei laboratori, studia nelle biblioteche delle università, riceve gli studenti negli uffici e ha la brutta abitudine di fermarsi per la pausa pranzo. Quella in verità i ricercatori potranno continuare a farla, nel senso della pausa.

Se questo alto esempio di superamento dei tagli lineari di tremontiana memoria potrebbe apparire a qualche malevolo critico un attacco alle politiche di risparmio previste dal nostro governo per la rinascita italiana, si tranquillizzi. Abbiamo la consapevolezza del retropensiero che ha accompagnato questo provvedimento, quello cioè che si inscrive nel più ampio disegno di riunificare gli italiani nel nome del lavoro, delle sue pratiche e dei suoi simboli. E quale di questi – come sicuramente sarà venuto in mente alla ministra Fornero tra le lacrime, pensando alla sua famiglia di origine operaia – ha maggiore impatto della vecchia ma sempre attuale pietanziera?

Schiseta, gamella, gamellin, mirtol, pignat, pignatin, marmitta, su strezu, pignatea, ma soprattutto quel barachin che per i torinesi ha rappresentato uno dei segni più forti della tradizione di un mondo operaio che ha costruito l’Italia industriale. Forse lo voleva dire anche Marchionne tre giorni fa, davanti alla “marcia dei seimila” ma credo si sia commosso oppure era invitato al ristorante. Mentre aspettiamo che paghi il conto – con quella brutta sensazione che siamo noi a pagare il suo – tiriamo fuori dagli armadi i baracchini e marciamo verso gli atenei, ricordandoci quello che un quadro Fiat ha detto dopo aver ascoltato Marchionne: “Ce la possiamo fare!”. Almeno fino all’ora di pranzo.

Bruno Maida