Non è facile, ma bisogna fare lo sforzo di seguire il groviglio degli scandali, delle polemiche e delle indicazioni di vie d’uscita nel quale si dibatte in questi giorni a proposito di Regioni, conservando un po’ di memoria e un minimo di consapevolezza delle vere questioni in ballo (nelle quali risiedono e, purtroppo, si nascondono le origini degli scandali e le stesse prospettive di vie d’uscita).

C’è un frammento dell’ultimo Ballarò particolarmente illuminante a questo proposito, con Gian Antonio Stella, sincero e documentato avversario degli sprechi e abusi della politica, che imputava alla Polverini di non aver controllato come avrebbe dovuto e potuto il Consiglio regionale, e la Polverini – impegnata a descriversi come quella che ha mandato a casa i batman de noantri – che lo invitava sprezzantemente a studiare prima di interloquire, visto che il Consiglio regionale “è autonomo”. E a Stella gli cadevano le braccia: come autonomo? Non è così, non è possibile! Sì che è così, gli rispondeva la Polverini, vada a studiare: che ci posso fare io?

Insomma il problema non era più la Polverini o la banda di famelici profittatori che con lei hanno occupato il Consiglio regionale, ma l’istituto dell’autonomia del Consiglio regionale e magari il Consiglio regionale stesso, attestato come ostacolo alla benemerita azione risanatrice e moralizzatrice della Governatrice. Il problema non era più il comportamento dei singoli e dei clan, ma dell’istituto e della istituzione di cui essi hanno fatto strame.

Una vera beffa. E’ vero esattamente l’opposto: è stato il combinato disposto di una riforma voluta dal centrosinistra che ha messo nelle mani dei presidenti delle giunte regionali un potere quasi assoluto (tanto da farli chiamare un po’ da tutti, impropriamente, “governatori”), di una spinta “federalista” coltivata da destra e da sinistra per ingraziarsi i leghisti (uno strano federalismo che anziché federare sfederava) e del degrado complessivo della vita politica, a determinare la nascita di vere e proprie satrapie regionali, riducendo le funzioni dei Consigli regionali a faccenduole formali ed eterodirette.

Ed è chiaro che, se privi un organismo politico della sua capacità di elaborare politica, che rimane ai suoi membri? Potere e affari. Così capitò ai tempi dei tempi al Psi del dominus Craxi, così succede oggi ai partiti padronali (in primis quello di Berlusconi). Analogamente, se privi una istituzione rappresentativa e legislativa della sua rappresentatività e sostanzialmente del suo potere legislativo, che rimane ai suoi membri? Potere e affari, uso e abuso delle risorse pubbliche. Di qui lo smisurato aumento dei “costi della politica”, la trasformazione in mercato delle vacche del Parlamento a dominanza berlusconiana e, nel loro piccolo, allo sfracello e al magnamagna nelle Regioni.

Che fare, allora? Dare tutto in mano al presidente del Consiglio e ai Governatori? Siamo sicuri che questo non sia già avvenuto? In realtà, puntare tutto sulla “governabilità”, come si è fatto negli ultimi decenni, dopo decenni di asseriti eccessi in materia di “rappresentatività“, era, è e sarà sempre illusorio e spesso tragicamente sbagliato. L’equilibrio è difficile, complicato, faticoso, ma ogni scorciatoia si è puntualmente rivelata catastrofica.

Anche alla Regione Lazio si è “semplificato”, abolendo il potere del Consiglio regionale (che ha potestà legislativa come solo il Parlamento nazionale) e degli stessi assessori, concentrando sostanzialmente tutti i poteri (politico, partitico, istituzionale, esecutivo, amministrativo e legislativo) nelle mani di un Governatore di nome Polverini o Formigoni o Lombardo. Visti i risultati, sarebbe necessario – al contrario di quanto suggerirebbero certi umori circolanti – riprendere il filo dell’articolazione istituzionale e democratica interrotta dalla ondata presidenzialistica.

Per quanto riguarda lo scontro Polverini-Stella, c’è da osservare che il problema di fondo non è lo scarso controllo che la presidente della Giunta avrebbe esercitato sul Consiglio regionale, ma all’opposto l’inesistenza delle condizioni che consentano ad un Consiglio regionale di esercitare esso il diritto/dovere di un severo controllo dell’operato dell’esecutivo.