“Oggi mi dimetto, questo sì, con enorme sofferenza, da direttore responsabile del Giornale, per rispetto ai lettori e ai colleghi”. Lo scrive Alessandro Sallusti nell’editoriale di oggi, il giorno dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato per il giornalista i 14 mesi di carcere decisi dalla Corte d’Appello di Milano per diffamazione. All’origine del caso, un articolo contro il giudice Giuseppe Cocilovo e una sua decisione in tema di aborto di una minorenne, che riportava però diverse circostanze completamente false (qui l’articolo incriminato). “Il foglio delle libertà – scrive Sallusti – non può essere guidato da una persona non più libera di esprimere ogni giorno e fino in fondo il proprio pensiero perché fisicamente in carcere o sotto schiaffo da parte di persone intellettualmente disoneste che possono in ogni momento fare scattare le manette a loro piacimento”. Il Giornale apre con il titolo cubitale “Sallusti in galera, i delinquenti fuori”. 

In mattinata è arrivata la risposta dell’editore Paolo Berlusconi: ”Rigetto fermamente” le dimissioni, annuncia, confermando la sua “più totale fiducia” al direttore. “Ero fermamente convinto che alla fine avrebbero prevalso la giustizia ed il buon senso – scrive Paolo Berlusconi in una nota -. Fa male avere invece la conferma che in quanto a giustizia siamo davvero un Paese da terzo mondo, un Paese in cui si va in galera per un’opinione e agli arresti domiciliari per un omicidio”. 

“In Italia più che gli euro mancano le palle” è invece il titolo dell’editoriale di Sallusti, al quale l’esecuzione della pena è stata sospesa per un mese. “Fa un certo effetto sapere di dover andare in carcere. Ma non è questo il problema, non il mio. In un Paese dove più che gli euro mancano le palle, non voglio concedere nessuna via d’uscita a chi ha partecipato a questa porcata”. E ancora: “Non ho accettato trattative private con un magistrato (il querelante) che era disponibile a lasciarmi libero in cambio di un pugno di euro, prassi squallida e umiliante più per lui, custode di giustizia, che per me, e non accetto ora di evitare la cella chiedendo la pena alternativa dell’affidamento ai servizi sociali per sottopormi a un piano di rieducazione. Perché sono certo che mio padre e mia madre, gli unici titolati a educarmi, abbiano fatto un lavoro più che discreto e oggi, che purtroppo non ci sono più, sarebbero orgogliosi di me e di loro”.

E non risparmia un affondo al Quirinale: “Non chiederò la grazia a Napolitano perché, detto con rispetto, nel suo settennato nulla ha fatto di serio e concreto per arginare quella magistratura politicizzata che con odio e bava alla bocca si è scagliata contro chiunque passasse dalle parti del centrodestra e che ora, dopo avere ripassato i politici, vuole fare pulizia anche nei giornali non allineati alle loro tesi”. Sallusti se la prende anche col premier Monti che “accademico di quella Bocconi che dovrebbe essere tempio e fucina delle libertà, che si trova al collo, complice il suo sostanziale silenzio e il suo immobilismo sul caso, la medaglia della sentenza più illiberale dell’Occidente”. Mentre il ministro della giustizia Paola Severino, “definita da tutti come la più illuminata tra gli avvocati illuminati, dovrà ora chiedersi se per caso non è colma la misura della giustizia spettacolo degli Ingroia e dei suoi piccoli imitatori in cerca di fama”.