Questo post nasce un po’ spuntato: si sarebbe dovuto intitolare “cazzo, si dice ma non si nomina”; però per motivi di opportunità ed etichetta internautica la parola viene abbreviata alla sua sola iniziale, epperò rimane ben chiara. E il suo uso è continuo e senza confini, nel linguaggio quotidiano degli ambienti – più o meno – professionali, e non solo. Declinato in tutte le sue espressioni dialettali e sinonime, come sfogo ed esclamazione di disappunto – esempio, l’efficace e mai esausto “Dai, cazzo, Gianluca” dei Soliti Idioti.

Allo stesso tempo però, quando dovrebbe essere usato a proposito nelle descrizioni sessuali, sia l’organo maschile che quello femminile, rimangono molto spesso sottintesi; ed è proprio la loro elisione a generare il meccanismo del doppio senso che tanto pervade le chiacchere dal liceo alla pensione.

E’ sulla mancata nomina della parola “cazzo” che molte frasi banali e meccaniche prendono un senso sessuale e attirano l’attenzione di un attimo degli interlocutori, strappando malcelati sorrisini o disgusti. A nominarlo invece si scade subito nella volgarità o nel pornografico. Potenza della parola non detta. E “honni soit qui mal y pense” (motto dell’Ordine della Giarrettiera, XIV secolo)