Lanci il dado e non viene mai fuori lo stesso risultato. I Black Dice degli esordi, e stiamo parlando del 1997, erano un gruppo di studenti del Rhode Island che si dilettava con truci e brevi canzoncine di grezzo e violento hardcore noise urlato, molto thrash. Ascoltate per curiosità il loro primo 7”, Lambs Like Fruit, pubblicato dalla Gravity: vi sfido a riconoscere in quei solchi la noise band che nel periodo a cavallo tra un decennio e l’altro, dopo essersi trasferita a New York, avrebbe iniziato a pubblicare dischi come il vol. 1 di Chimes in Black Water, in collaborazione con un altro gruppo poi rivelatosi determinante ed in forte ascesa all’epoca, i Wolf Eyes.

La neonata ma già quotatissima DFA di James Murphy, che in quell’anno di grazia 2002 aveva appena scodellato due singoli da urlo e di grande successo come Losing My Edge di LCD Soundsystem e House of Jealous Lovers dei Rapture, si era assunta con ardore e lungimiranza la responsabilità di pubblicare anche qualcosa di molto differente come Beaches and Canyons, lo strepitoso primo album dei Black Dice. Il gruppo di Eric Copeland, abbandonato da tempo il formato “canzone” (per usare un eufemismo) degli inizi, si cimenta in questo disco di debutto in un una musica elettronica istintiva e free form, talvolta caotica e trascinante, talvolta galleggiante e fluttuante, esprimendo totale libertà espressiva: sorta di mix tra le visioni psichedeliche tribali e catartiche dei Boredoms, il krautrock imprevedibile e cangiante dei Faust, gli hamburger spappolati dei Throbbing Gristle e le ispezioni geologiche dei compagni di merende Animal Collective. Noise dal taglio naturalistico con un incondizionato amore per la madre Terra. Un disco che avrebbe fatto proseliti: basti pensare agli egregi risultati ottenuti dai Fuck Buttons qualche anno più tardi.

I seguenti Creature Comforts, e Broken Ear Record, sembrano una specie di destrutturazione e totale trasfigurazione electro noise dell’afrobeat, prima che altre realtà newyorkesi come Dirty Projectors, Vampire Weekend e compagnia si infatuassero a modo loro di quelle sonorità esotiche risputandone fuori una versione più pop ed orecchiabile. Insomma, anche in questo caso i nostri precorrono i tempi, senza dimenticare che siamo nella metropoli che aveva partorito un paio di decenni prima i Talking Heads di Remain In Light e i Liquid Liquid, bianchi con un certo debole per le poliritmie del continente nero.

La dipartita di Hisham Bharoocha, che in seguito si dedicherà alle spettacolari performances per soli batteristi del Boadrum organizzato da Yamatsuka Eye, cambia ancora la morfologia del gruppo, la cui musica con l’andare del tempo assume con progressione asimmetrica la fisionomia di un blob pulsante e mutogeno e l’incedere di un allegro camion della spazzatura. Sono sicuro che molti artisti in voga ai nostri giorni, da James Ferraro agli Hype Williams, se li sono ascoltati con molto piacere i dischi dei Black Dice.

Questo è un gruppo che qualche anno prima avrebbe potuto far tranquillamente parte del catalogo Skin Graft: tanto l’estrazione musicale che la coloratissima grafica in stile collage delle loro copertine tradisce una vicinanza decisamente più che platonica con l’etichetta di Chicago. Siamo però nel 2007 ed i Black Dice approdano quasi naturalmente alla corte della Paw Tracks degli amici Animal Collective, ormai in procinto di divenire star planetarie, ma che proprio loro avevano aiutato ad entrare in contatto con la Fat Cat all’epoca di Sung Tongs.

Escono prima Load Blown e poi Repo: lo metti su e sembra di sentire una poltiglia di James Chance smembrato in un tritacarne che perde giri con i Butthole Surfers che ti fanno gli scherzi e ti pigliano per il culo da dietro la tenda. Vi ritrovate come idioti a ballare La Cucaracha sorseggiando un centrifugato di ultra vomito ed escrementi di pollo. Il nuovo disco si chiama Mr. Impossible ed è il frutto di una vera e propria flipperanza: in questo lavoro su Ribbon Music sono le ritmiche a rifarsi sotto incalzanti, su coordinate che definire bizzarre e strampalate è sempre troppo poco nel caso dei Black Dice. Per farvi un solo esempio: Spy Vs Spy è una rilettura folle e trasognata di Physical di Olivia Newton John in versione ipnagogica, come si usa fare oggi.

Che sottile piacere è stato ordunque imbattermi quest’estate in una loro scultura sonora al Museu Berardo di Belem, Lisbona, nell’ambito della mostra The New Trade: una sorta di ponte lungo un secolo che da una parte all’altra dei saloni collegava idealmente l’Intonarumori del futurista Luigi Russolo agli Scrambled Eggs dei newyorkesi Black Dice. Ma il vero piacere sarà di coloro che prenderanno parte alla serata d’apertura del Locomotiv di Bologna venerdì 28 settembre che prevede nell’ordine Ninos Du Brasil, trio capitanato dal noto artista e performer Nico Vascellari, il live dei Black Dice e a seguire una nottata di musica ad hoc da ballare, ispirata alle sonorità di questi artisti, per inaugurare al meglio il nuovo ciclo di WordOfMouth.

Al club della locomotiva la doppietta stilosa ed originale è servita sul piatto d’argento perché la sera seguente, sabato 29 settembre, A Tropical Clash presenta Spoek Mathambo, giovane artista sudafricano proveniente da Johannesburg, vera e propria rivelazione degli ultimi anni. Già nel suo primo album di tre anni fa, Mshini Wam, aveva offerto ottima prova di sé fornendo una visione alquanto personale di un hip hop elettronico ricercato ed irresistibile, proveniente in modo riconoscibile dalle township. A tratti potreste anche interpretarlo come una sorta di risposta sudafricana alla nuova versione del kuduro angolano portata in auge dai Buraka Som Sistema. Solo che con il suo secondo lavoro ha dimostrato di essere molto altro e molto di più: il suo nuovo Father Creeper è stato pubblicato nientemeno che dalla Sub Pop, che dopo l’uscita dello splendido lavoro degli Shabazz Palaces e quello delle THEESatisfaction sembra aver preso particolare gusto con la black music più raffinata ed evoluta del momento. Nell’ultima prova di Spoek Mathambo non ci sono solo l’hip hop, il soul, r&b, l’afrobeat e l’elettronica più sottile ed avanguardistica ma anche la tradizione crossover del funk rock nero dei Novanta, dai Fishbone ai Living Colour. Ho preso parte ad un suo recente show all’estero ed assicuro che il suo è uno dei migliori live in circolazione per brio, freschezza e dinamismo. Intelligente, divertente e spumeggiante, perfetto per un sabato sera come si deve.