Diversi lustri dopo la catilinaria gucciniana contro Bertoncelli, altri musicisti si avvelenano contro la critica: “Mi sono rotto il cazzo della critica musicale. Non siete Lester Bangs, non siete Carlo Emilio Gadda, si fa fatica a capire cosa scrivete bontà di Dio: avete dei gusti di merda”. Chi scrive è ben lungi dall’essere un critico, figuriamoci Lester Bangs. E tanto meno Gadda, il quale sosteneva (non a torto) la scarsa generosità del popolo italiano quando si tratta di pensare. Invece loro – Alberto Cazzola, Alberto Guidetti, Lodo Guenzi, Enrico Roberto, Francesco Draicchio, i cinque ragazzi dello “Stato sociale” – non sono affatto avari. Lo dimostra l’album d’esordio “Turisti della democrazia”, uscito all’inizio del 2012, divertentissimo viaggio nell’orrore Italia che è valso loro una valanga di fan su Facebook e la definizione di “band rivelazione dell’anno”, nonostante (e non bisogna essere Lester Bangs) musicalmente ci sia poco di rivelatorio. Sono bolognesi, hanno 25 anni (chi più chi meno) nessun bar dove incontrarsi, solo un amico barista che seguono dove lo assumono. Insieme hanno fatto per anni una trasmissione in onda su Radio città Fujiko e raccontano la loro “poetica” così: “il nostro mondo è quello della chiacchiera, molto bolognese, da bar appunto”. E cioè politica, musica, donne.

“Abbiamo vinto la guerra”, primo singolo, è la fotografia spietata e nitidissima di un un paese intero che “applaude con lo sfollagente”: “Federico se n’è andato via da solo. Carlo ha posato per i fotografi nudo. E Mario si presenta alle elezioni. Che vuoi… La vita è fatta di occasioni”. La pace travestita da guerra, l’abbiamo vinta “anche se il ministro era impegnato con il jazz, il presidente con le belle donne e il suo maggiordomo coi versi”. Poi “a un certo punto il capo ha detto: adesso facciamo finta che siete voi a comandare, io faccio solo l’aguzzino”. Non male. Trent’anni fa li avrebbero definiti “arrabbiati”, invece sono solo ragazzi che guardano. E da vedere c’è molto di brutto, mica solo i quattro pagliacci che abbiamo eletto.

“Mi sono rotto il cazzo” apparentemente è un’invettiva facile facile, invece il testo è fulminante perché mette insieme gli insopportabili luoghi comuni da talk show, la cronaca di un’Italia sempre più squallida, tra poteri forti e intelligenze assai deboli, piccole manie e grandi scandali. Così sono ugualmente insopportabile “la puzza di piscio delle zone industriali, la puzza di industria dei giardini pubblici” e pure il “tutti a lavoro in auto, una persona per auto per finanziare meglio l’Eni”. E’ la crisi, bellezza. Perciò “bisogna essere lavoratori flessibili, in tournée “come ergastolani ma molto più sorridenti”. “C’è la crisi, c’è la crisi: da domani acquisto solo cacciabombardieri”. La politica, misera com’è, detestabile com’è, popolata com’è di giovani di sinistra arrivisti, bugiardi, senza lode (“gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare secondo”) naturalmente fornisce diversi spunti: “Mi sono rotto il cazzo del più grande partito riformista d’Europa; del facciamo quadrato nel grande centro, dei girotondi, del partito dell’amore, del governo ombra, di chi si difende dai processi e non nei processi, dei militari nei giardini pubblici a fare la guardia a chi piscia il cane”. La sicurezza, la sicurezza signora mia: com’è confortante (o terrorizzante, che con la paura si governa) nei titoli dei giornali la “fiera della forca”. Contro il politicamente corretto: “Sarebbe bello bruciassero meno fabbriche e crollassero meno scuole. E scippassero più vecchiette”. E contro le vaccate dei salotti televisivi invasi da orecchianti epigoni di Voltaire: “Mi sono rotto il cazzo che non sono d’accordo con te ma morirei affinché tu possa dire la tua stronzata”. Che poi i nazisti sono “giovani che amano la politica, i comunisti prendono a modello Cristo mentre i preti contestualizzano bestemmie”.

Con i sentimenti non va meglio: all’indice finiscono “gli esperimenti, il frequentiamoci ma senza impegno, stiamo insieme ma non vediamoci che poi ho paura. Anzi vediamoci quanto ci pare ma vediamoci in compagnia”: un mondo di codardi con l’amore degli altri. Le fanciulle “che vogliono fare un sacco di cose ma non ne sono in grado” vengono parecchio strapazzate. “Cosa dicono le donne”?: “Ho scordato di dirti che non sono sola. Io ho il ragazzo e non dovresti avvicinarti, io ho il ragazzo e dovresti avvicinarti”. “Sono andata al Dams, studio storia delle donne, da grande farò il magistrato coi baffi”. Un sincero democratico obietterebbe: manca la pars construens. Ma non si vede perché a proporla dovrebbe essere un gruppo di venticinquenni con il sintetizzatore: mica siamo a Sanremo. Al massimo a Coachella. “Sono così indie” prende di mira i colleghi della musica indipendente, dei progetti hard-core paralleli, delle feste dei Crookers a cui si arriva già vomitati (“c’avete rotto il cazzo etichette indipendenti: con 400 euro ti registro il disco in casa, suona bene, lo metti su Vimeo, fai girare la voce. Tra un anno a Coachella e tra due anni a fare il benzinaio”). “Sono così indie che mi metto gli occhiali grossi da pentapartito (VIA!), mi tolgo gli occhiali grossi da pentapartito e mi metto i ray-ban (VIA!), mi tolgo i ray-ban e mi metto qualche altra mongolata colorata”. Si legge, su sentireascoltare.com, un pezzo sullo Stato sociale dal titolo “Profilo poco armonico di una band generazionale”: “L’oggetto di indagine è autoreferenziale, il lessico pure, rinchiusi in un modello interpretativo delimitato (l’indie, il “giro” giovanile, le facili antitesi da social network con cui affrontare anche la politica) che da un lato si critica richiamandone abitudini e difetti e dall’altro si ricerca in termini di consensi”. Voilà, un giudizio “rotondo e completo”.