Quando sul gigantesco palco di ferro e acciaio del parco Nord le luci si spengono e si vede spuntare la sagoma di Thom Yorke ci si scorda di tutto: degli spostamenti di date e luoghi per via del terremoto e disgrazie personali, del sogno infranto di avere il concerto da ricordare negli anni a venire nel cuore della città, come nell’anno del signore 1980 quando davanti a san Petronio si esibirono i Clash. Perfino del prezzo dei biglietti, in certi casi ridotto di un terzo, tra chi è stato costretto a svendere e gli sconti dei bagarini ai tempi della recessione. Nessun muso lungo regge quando esplodono i led luminosi degli schermi piazzati sul palco, sei fissi in alto e altri dieci che si muovono sul palco legati a cavi d’acciaio, ora allineati ora sparsi, frammenti sui quali si ricompongono le immagini del concerto come in una specie di gigantesco quadro cubista, particolari di mani, tastiere, corde di chitarra, il volto contratto del folletto Thom Yorke in You and whose army, curvo sul piano, che si riflette in un bianco e nero da cinematografo espressionista catturando frammenti di pelle infinitesimi. E Thom si lascia andare a qualche premura, chiedendo più volte “va bene?”. Come se anche per lui fosse una specie di grazia inattesa essere riuscito finalmente a portare a casa il benedetto concerto bolognese.

Grande protagonista l’ultimo album, The king of limbs, album difficilmente inquadrabile, ostico, che si muove tra  esperimenti elettronici e dolcezze inattese, calore e freddezze, tra i minimalismi di Feral e le fluide armonie vocali di Lotus flower che apre il concerto. Poche concessioni a chi si aspettava addirittura un Thom Yorke in vena di nostalgie che intona Karma Police o Creep, anche se di salti nel passato ce ne sono, da Kid A a Ideoteque ai rintocchi lenti di Pyramid song. Mentre gli schermi si colorano di tonalità fredde e di immagini qr code, di colori acidi o bianchi accecanti, in un susseguirsi frastornante di sequenze disturbate, frammentate, ossessive. Solo un momento di impasse, condito da uno stizzito fuck Johnny di Thom Yorke ad un errore (impercettibile all’orecchio umano) del chitarrista Johnny Greenwood nell’atmosfera sospesa di Exit music (for a film).

Due bis, 24 brani, due ore di concerto, venticinquemila spettatori, molti dei quali col biglietto in tasca da mesi, il concerto più agognato di un’intera esistenza. Yorke chiude piazzando al centro del palco il pianoforte avvolto nella bandiera del Tibet, ed attaccando con Everything is in the right place, capolavoro da Kid A, salutando e allontanandosi dal palco mentre si spengono gli echi della sua voce campionata. Attesa ampiamente ripagata, perchè un concerto dei Radiohead ha l’effetto di un’implosione, una forza magnetica quanto i passi convulsi dell’incantatore Yorke. Alla fine del concerto si cerca un passaggio, ma a sorpresa nessuno te lo dà. Chi finge un’altra direzione, chi solleva il finestrino dell’auto, chi guarda con aria mista di sospetto e terrore, chi non trattiene una risatina di scherno. I bei tempi andati nei quali ai concerti addirittura si socializzava. Ma siamo sicuri, a giudicare dalla selva di smartphone e braccia alzate, che la condivisione sul web sarà straordinariamente ricca. Chi non farebbe sapere al mondo virtuale che lui c’era?