Industria e lavoro a picco nel sud Italia. E’ quanto emerge dal Rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ndr) 2012 sul Mezzogiorno, dove i consumi non crescono da quattro anni, la disoccupazione reale supera il 25% e lavora meno di una giovane donna su quattro. Emorragia anche del settore produttivo, visto che dal 2007 al 2011 l’industria al Sud ha perso 147 mila unità (-15,5%), il triplo del resto del Paese (-5,5%), e ha accelerato la fuga verso Nord degli abitanti, con oltre un milione e 350 mila persone emigrate dal 2000 al 2010. Un decennio critico anche per il Pil procapite meridionale, che è è passato dal 56,1% di quello del settentrione al 57,7%. E nel 2011 i pendolari di lungo raggio sono stati quasi 140 mila (+4,3%), dei quali 39 mila sono laureati.

Dati allarmanti secondo cui ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Sud dal Nord. In termini di Pil pro capite, il recupero del gap è stato soltanto di un punto e mezzo percentuale, dal 56,1% al 57,7%. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.944 euro, risultante dalla media tra i 30.262 euro del Centro-Nord e i 17.645 del Mezzogiorno. E l’emergenza occupazionale è allarmante soprattutto per i giovani: in particolare, segnala la Svimez, “in tre anni, dal 2008 al 2011, gli under 34 che hanno perso il lavoro al Sud sono stati 329mila”. Nel 2011 il tasso di occupazione in età 15-64 è stato del 44% nel Mezzogiorno e del 64% nel Centro-Nord. A livello regionale il tasso più alto si registra in Abruzzo (56,8%), il più basso in Campania, dove continua a lavorare meno del 40% della popolazione in eta’ da lavoro. In valori assoluti, crescono gli occupati in Abruzzo (+13.300), Puglia (+11.600), Sardegna (+8.300), Calabria (+3.900) e Basilicata (+2.500). In calo invece in Molise (- 1.100), Sicilia (-7.300) e Campania (-16.700). Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione giovanile per la classe 25-34 anni è giunto nel 2011 ad appena il 47,6%, pari cioè a meno di un giovane su due, a fronte del 75% del Centro- Nord, cioè di 3 impiegati su 4. Situazione drammatica per le giovani donne meridionali, ferme nel 2011, al 24%, pari a mano di una su quattro in età lavorativa, che spinge le stesse di fatto a una segregazione occupazionale rispetto sia ai maschi che alle altre donne italiane.

Per quanto riguarda le donne, l’inattività femminile cresce al Sud perché da un lato le donne scoraggiate pensano di non trovare un’occupazione e non si mettono quindi neppure a cercarla; dall’altro perché i canali d’intermediazione formali sono carenti e inefficienti. Secondo quasi l’82% delle donne inattive del Mezzogiorno non si cerca lavoro non per l’assenza, l’inadeguatezza o il costo eccessivo dei servizi di cura, bensì per la prospettiva di un’occupazione con una retribuzione bassa e discontinua. La situazione è drammatica per le giovani donne meridionali, ferme nel 2011, al 24%, pari a meno di una su quattro in età lavorativa, che spinge le stesse di fatto a una segregazione occupazionale rispetto sia ai maschi che alle altre donne italiane. “Non è esagerato oggi parlare di vera e propria segregazione occupazionale delle donne, che nel Mezzogiorno scontano una precarietà lavorativa maggiore sia nel confronto con i maschi del Sud sia con le donne del resto del Paese” spiega il rapporto. “Se da un lato la quota di donne meridionali occupate con un contratto a tempo parziale (27,3%) è inferiore di quasi 3 punti rispetto a quella del Centro-Nord (29,9%), dall’altro l’aspetto più allarmante è che il 67,6% di queste lavora part-time perché non ha trovato un lavoro a tempo pieno”. Il dato forse piu’ rilevante e’ testimoniato dall’inattività, che riguarda ormai due donne meridionali su tre.

Per quanto riguarda invece le quattro manovre effettuate nel 2010 e nel 2011 e approvate dal precedente e dall’attuale governo “hanno un impatto complessivo sul Pil più pesante nel Mezzogiorno rispetto al Centro Nord”: l’effetto depressivo sul Pil, che include anche quello della spending review, sarebbe nel 2012 dell’1,1% a livello nazionale, ma assai differente a livello territoriale: 8 decimi di punto nelle regioni centro settentrionali e 2,1 punti percentuali in quelle meridionali. Da segnalare che a pesare sull’impatto delle manovre al Sud è per circa il 75% la caduta degli investimenti, responsabile di un calo del Pil di 1,7 punti percentuali sui complessivi 2,1 punti.