Nella lettera consegnata ai sindacati c’è scritto “non voglio morire disoccupato”. Ha vinto la paura all’Ilva di Taranto. Nella serata di ieri la protesta degli operai è esplosa: in cinque sono saliti a 60 metri di altezza sulla torre di smistamento dell’Altoforno 5 e hanno trascorso la notte sulle passerelle tra il nastro 11 e il nastro 12 dove arriva il carico dell’impianto. I colleghi di reparto, pronti a dare il cambio, hanno invece continuato a far “marciare” l’impianto nonostante la disposizione dei custodi giudiziari di qualche giorni fa avesse ribadito che l’Altoforno 5 dev’essere spento. Con loro hanno portato uno striscione: “Lavoro e’ dignità”, un avvertimento alla magistratura e all’azienda. E un gruppo di operai è salito qualche ora fa anche sul camino E312, la ciminiera più alta d’Europa che raggiunge quota 212 m. Un nuovo striscione, simile a quello affisso sull’altoforno è comparso stamattina. Ancora “lavoro uguale dignità”. Gli operai, nove in totale, hanno annunciato lo sciopero della fame e lo sciopero della sete per difendere il proprio posto di lavoro.

Tra qualche ora, infatti, il giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco potrebbe depositare la decisione sull’istanza presentata dal presidente del cda Ilva Bruno Ferrante per effettuare un piano di interventi da 400 milioni di euro. Interventi subordinati alla concessione di una minima capacità produttiva. Interventi non sufficienti a eliminare le emissioni inquinanti, che sembrano quasi studiati per riceve il “no” della magistratura e scaricare su questa la responsabilità delle conseguenze. Quello che forse l’azienda non racconta agli operai è che quel piano ha incassato il parere negativo di procura e custodi tecnici: è una riproposizione di promesse fatte alle amministrazioni locale nel passato, in quei protocolli di intesa che il pool guidato dal procuratore Franco Sebastio ha definito “la più grossolana presa in giro compiuta dai vertici Ilva”.

Anche i sindacati cominciano a comprenderlo. Questa mattina infatti dinanzi ai cancelli Ilva, la Fim Cisl ha diffuso un volantino spiegando che è “da tempo scaduta la fase di tatticismi, annunci e risposte palliative agli obiettivi di ambientalizzazione e di salvaguardia occupazionale. Crediamo opportuno che l’azienda dimostri da subito la capacità di dare concretezza con misure immediate”. Il sindacato, che dice di non condividere azioni estreme temendo per l’incolumità dei lavoratori, ha chiesto “incontro urgente all’azienda, per meglio comprendere le azioni che intende adottare per salvaguardare i livelli occupazionali nel rispetto di quanto disposto dalla magistratura, e, al Ministro Clini e al Governatore Vendola la convocazione del ‘Tavolo Ilva”’. La Fim, tuttavia, non risparmia le pressioni sul gip Todisco: pur sottolineando che di aver ”sempre considerato un valore” l’autonomia d’intervento e ”mai state messe in discussione le prerogative”, il sindacato ha comunque ricordato al giudice di ”tener conto dei riflessi sociali che può determinare” la portata dei suoi interventi. Poi l’appello a Cgil e Uil per “una maggiore coesione e unità delle organizzazioni sindacali su questi obiettivi” per costruire “un terreno d’iniziativa comune” perché, secondo Fim, è inaccettabile “che a pagare il conto di ritardi, sottovalutazioni e furbizie siano i lavoratori”.

Taranto, intanto, si risveglia nel clima surreale vissuto nei giorni immediatamente successivi al sequestro. La paura di blocchi stradali e manifestazioni improvvise assale di nuovo i cittadini. Ieri, dinanzi alla direzione dello stabilimento Ilva, l’apparizione temporanea di uno striscione con la scritta “Pronti a tutto” ha mobilitato le forze dell’ordine che oggi presidiano i posti nevralgici del capoluogo ionico. L’attesa per la decisioni del gip, che tuttavia sembra già destinata a confermare i “no” di procura e custodi tecnici, cresce e non si può escludere che all’interno dello stabilimento nuove forme di proteste possano essere inscenate per tentare l’opera di pressione sulla magistratura.