La Sicilia è stata da sempre utilizzata dalla classe politica come il laboratorio di esperienze da trasferire poi a livello nazionale. I risultati sono sotto i nostri occhi e pensare che possano essere i partiti tradizionali a fornire una via d’uscita dal tunnel del sottosviluppo imboccato equivarrebbe a decretare, ancora una volta, il primato della speranza sull’esperienza. Chi di speranze vive, però, disperato muore, ricorda un proverbio popolare.

Penso che la grave crisi economica, come una sorta di ‘generale inverno’, rappresenti paradossalmente il più formidabile aiuto per liberarci da una partitocrazia corrotta, autoreferenziale e sempre più lontana dalla realtà. L’incredibile ascesa nei sondaggi, anche in Sicilia, del M5S non è ad esempio spiegabile solo grazie all’attivismo in rete e nelle piazze di tanti giovani militanti che si sono riappassionati alla politica o all’esperimento da loro adottato della selezione delle candidature on-line e del programma condiviso attraverso la piattaforma liquid feedback (che rimangono comunque segnali di novità da seguire con attenzione senza tuttavia sottovalutarne le criticità).

Ma se è destino della Sicilia fungere da laboratorio, perché non ascoltare anche, una volta tanto, degli esperti di economia politica, degli operatori di mercato, dei professionisti, ecc. con il compito di formulare una ricetta efficace per far uscire la Sicilia dal tunnel? Mi riferisco all’esperimento cui io stesso sto partecipando (imparando, più che altro), nell’ambito di quel fenomeno che sta portando tanta gente normalmente lontana dall’impegno politico diretto e tuttavia capace di avere le idee chiare su come Fermare il declino.

Per invertire la tendenza in Sicilia bisogna, secondo costoro, intervenire su 5 punti: istruzione, settore pubblico, concorrenza e contratti, sanità e fondi europei. Un’applicazione di quanto si insegna nelle università circa i fattori trainanti dello sviluppo: qualità del capitale fisico e umano, innovazione, concorrenza, efficienza della sanità, giustizia e burocrazia. Ma quale partito ragiona così? Quale partito, tanto per fare un esempio, utilizzerebbe le ingenti risorse della formazione professionale (300 milioni annui), non già a favore di enti legati a politici e sindacati (con così poco apprezzabili risultati), bensì a favore degli asili e delle scuole dell’obbligo con l’obiettivo di innalzare gli standard scolastici internazionalmente riconosciuti?

Il laboratorio politico della Sicilia dovrebbe quindi imparare a sperimentare nuove forme rappresentanza e di elaborazione politica a favore dei 4,5 milioni di cavie con diritto di voto e delle loro famiglie.