Racconta un’antica storiella yiddish che quando Moishe, dopo il suo trapasso, si presentò al cospetto dell’Eterno, quello gli disse: ‘’Sei stato un buon ebreo, che cosa vuoi che ti regali? Dimmelo e lo otterrai, ma ricorda che il tuo peggior nemico riceverà il doppio di ciò che ricevi tu”. Moishe ci pensò un po’ su, e poi implorò: “Ti prego, Signore, toglimi un occhio”.


Nei luoghi di lavoro circolano molte emozioni, e tra queste la più esplosiva è certamente l’invidia. Un sentimento che generalmente nessuno confessa di provare, dal momento che riconoscerla equivale ad ammettere la propria inferiorità. Nel mondo dei guru aziendali, addirittura c’è chi giudica l’invidia un’emozione positiva, una spinta a migliorare le proprie performance. Ma, come spiegano i manuali di psicologia, l’invidia è un sentimento pericoloso, perché mobilita emozioni forti, anche a livello di gruppo, con effetti distruttivi. Essa, infatti, è in grado ‘’di minare le figure di autorità e compromettere il clima organizzativo’’. L’attacco a un leader carismatico che di colpo distrugge l’armonia di una squadra collaudata, è un tipico effetto dell’invidia in un gruppo di lavoro. Più o meno quello che sta accadendo attorno ad Antonio Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, alla vigilia della partenza per il Guatemala dove andrà ad occupare un ruolo di rilievo nell’ambito dell’Onu.

Dopo vent’anni trascorsi a coordinare inchieste di mafia, il nostro si ritrova oggi nel mirino delle critiche dei vertici del Csm, dell’Anm e di Md, per comportamenti giudicati ‘’politici’’, ma soprattutto si ritrova al centro di una contestazione molto accesa da parte di alcuni suoi colleghi della Procura con i quali da anni lavora a stretto contatto, in un contesto disseminato di ostacoli. Chi sono oggi i ‘’nemici’’ di Ingroia? Non solo i giornali del gruppo B. e Giuliano Ferrara, non solo Macaluso e Violante, non solo una serie di onorevoli frequentatori delle ‘’cene eleganti’’ di Arcore. Oggi, i più accesi detrattori del procuratore aggiunto di Palermo (reo di essersi dichiarato ‘’partigiano della Costituzione’’) sono proprio i suoi compagni di strada, i suoi vicini di stanza, i suoi alleati di sempre, i suoi amici più cari. Alcuni insospettabili colleghi del gruppone storico dei cosiddetti ‘’caselliani’’, che dividono con lui non solo l’idea di un controllo della legalità in grado di spingere le indagini sul terreno minato dei rapporti mafia-politica, ma soprattutto la scelta della corrente sindacale, quella di sinistra: Md appunto, che oggi raccoglie tre dei quattro pm della trattativa, oltre al gup che dovrà decidere le sorti dell’inchiesta.

Non staremo qui a fare i nomi dei contestatori, perché non è questo che ci preme. Quello che ci interessa è capire le ragioni profonde di questo ‘’fuoco amico’’. E’ solo un giudizio negativo sulla ‘’sovraesposizone’’ che Ingroia in questi mesi ha sicuramente cercato, ma solo nell’interesse superiore di difendere il percorso di verità intrapreso dai pm di Palermo con l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia? O è la sensazione di essere tagliati fuori da quella visibilità che oggi fa gola a molte toghe inquirenti? E’ la difesa della irrinunciabile terzietà del magistrato o il desiderio di essere oggetto di quell’attenzione collettiva che il pm di Palermo suscita in quelle che il Foglio chiama ‘’oceaniche adunate’’ in giro per l’Italia? Quanto peso ha la semplice, banale invidia nello psicodramma in corso alla procura di Palermo? E quanto questo sentimento primitivo e indomabile proviene da una voglia di visibilità ormai imperante, anche in ambienti giudiziari tradizionalmente abituati al riserbo, al punto da sconfinare persino in discutibili esibizioni sul web? Di certo c’è che la voglia di apparire tra i togati dell’antimafia è tanta e si diffonde a vista d’occhio nel mondo virtuale. L’adesione a gruppi e a forum anche su argomenti di cronaca giudiziaria, e persino la pubblicazione di foto di famiglia è gestita con disinvoltura da protagonisti degli uffici giudiziari siciliani in vena di socialità su Facebook. Tanto che il capo dei gip di Palermo Cesare Vincenti ha dovuto inviare una circolare ai colleghi del suo ufficio, pregandoli di astenersi da esternazioni riguardanti i temi della giustizia sul popolare social-network. Segno che l’apertura mediatica di Ingroia, in questo senso, ha fatto scuola e promette di fare numerosi adepti. E allora? Come spiegare gli attacchi? ‘’L’invidia – scrive Bénédicte Vidaillet, studiosa di comportamenti organizzativi – è lì, in agguato nei team di lavoro, nascosta dietro l’ambivalenza che proviamo per un collega con cui lavoriamo fianco a fianco da anni’’. E l’invidioso non è altro che colui che vorrebbe possedere le qualità e le prerogative dell’invidiato. Insomma, quando attaccano il ‘’partigiano della Costituzione’’, non è che ce l’hanno con lui. Vorrebbero essere lui. Spiegatelo a Ingroia. That’s amore.