“Se ha vinto questo, pensa come sono gli altri”. Lo spettatore esce dalla sala regalando alla moglie una sapida sintesi del film che ha appena visto, Pietà di Kim Ki-duk, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia. Lo spettatore regala anche un’efficace sintesi sul festival: i film veneziani, a vederli in sala, in una sera normale che non ha quel non so che delle prime lagunari – alte aspettative, stato confusionale dovuto a proiezioni mattutine, sensazione lisergica per le maratone in sala, sostanzialmente una perdita di lucidità – appaiono modesti.

Pietà è la parabola di uno strozzino capace di ogni violenza, finché gli si presenta una donna dicendogli di essere la madre che lo ha abbandonato alla nascita e un po’ alla volta fa breccia nel vuoto affettivo dell’usuraio. Ma le conseguenze dell’amore, quando la mancanza dei sentimenti si accumulano negli anni, sono sempre tragiche. Il regista coreano fotografa i poveri ambienti di una Seul disperata e riduce all’osso la storia preferendo – come sempre – la narrazione visiva. Tuguri di lamiere dove uomini e donne lavorano rannicchiati, nella paura di una dismissione esistenziale; palazzoni cadenti e case pronte a esser demolite per far posto a una nuova forma di modernità cui nessuno è preparato; strade che sembrano gli ultimi resti di un’ecatombe avvenuta. Il campionario, già visto, è ottimamente eseguito e alcune scene – quella in cui un genitore si mutila per riscuotere l’assicurazione e garantire soldi a suo figlio – sono potenti, intense e valgono il biglietto. Pietà non è un capolavoro: ha pregi e difetti e non resterà indelebilmente nella memoria.

Ha quindi ragione chi ha difeso Bellocchio, deprecando la crudele giuria di Mann che non gli ha fatto vincere nulla? Affatto. Bella addormentata racconta una vicenda nota solo agli italiani, affrontando sì un tema universale ma dandogli una rappresentazione moscia. Delle trame che incrociano l’agonia di Eluana Englaro, restano solo due personaggi e due immagini. La gelida Isabelle Huppert che tiene in vita una bambola aliena (sua figlia) irreale quanto vampiresca e Roberto Herlitzka, il medico dei parlamentari che ne racconta la depressione, fondamento del potere. Le immagini: l’aula del Senato sotto forma di una gigantesca, espansa, immagine televisiva; la sauna dei politici, girone infernale dove si invera la decadenza morale italiana. Immagini che hanno un senso. Per il resto del film, che al contrario di Pietà è piuttosto brutto, aleggia una regia televisiva che per fortuna non è il tratto distintivo di Bellocchio. Anche Bella addormentata parla del vuoto d’amore che può uccidere (o spingere al suicidio), ma Kim Ki-duk lo fa senza dispersioni, andando al sodo, con una precisione delle immagini in grado di raggiungere lo strazio e maschere attoriali definite e universali.

Parla di denaro e avidità anche E’ stato il figlio di Ciprì, film dallo sforzo visivo continuo che per questo si perde in troppi rivoli compiaciuti, nati proprio dalla capacità del regista di mostrare. La storia c’è, ma è tanto farcita da smarrirsi. La famiglia palermitana che non ha altro desiderio che tirare a campare, prendersi il Mercedes con i soldi della morte della figlia (vittima di mafia) e poi ripiombare in un eterno ritorno al nulla è avvilente, come nelle intenzioni. Il vero merito del film è di scivolare, con alcune svolte ben innestate, dalla commedia a un cupo dramma grottesco in cui resta solo l’abiezione di questi personaggi tristi. Brutti, sporchi e cattivi – come è stato detto giustamente da molti – Toni Servillo e i suoi sono metafora di un Paese fondato sul familismo amorale, sullo dispendio inutile di denaro e vitalità, ma soprattutto sull’assenza di reali virtù, di buoni e sensati propositi. Sporco, impreciso e zeppo è però il film. Cui gioverebbe sfrondare un po’ le immaginifiche messe in scena, i fellinismi e le autocitazioni per arrivare al nerbo del discorso. Per essere pulito, comprensibile, farsi prendere sul serio.

Denaro e amore, povertà d’animo e paesaggi desolati: sono i temi condivisi dei tre film. Bellocchio annacqua la storia e non ha un immaginario forte; Ciprì vive di luce “cinicamente” propria ma pur avendo un buon plot lo disperde nelle grottesche macerie palermitane; Kim Ki-duk lavora per sottrazione. In Pietà la parabola è chiara e la regia non divaga: sembra già un’impresa, un risultato eccezionale. Non è così. Pietà sarà dimenticato senza remore, come accade a molti buoni film che non hanno la grande scintilla dei capolavori e ogni tanto arrivano primi in edizioni festivaliere non molto ispirate. Questa volta resta la saggezza dello spettatore: “Se ha vinto questo, pensa come sono gli altri”.