Il personale delle forze armate indiane, secondo i dati del ministero della Difesa, supera i tre milioni e mezzo di unità. Tra soldati in servizio, riserve e paramilitari, l’esercito indiano è tra i più grandi al mondo. Una macchina mastodontica e spesso farraginosa, costretta ad armarsi in gran parte con tecnologie non propriamente all’avanguardia, eredità del sodalizio tra India ed Unione Sovietica. Ma dal 1992, pochi anni dopo il crollo del blocco, le cose iniziarono a prendere una piega diversa. L’Unione indiana, tuffatasi nel club delle potenze capitaliste grazie alle riforme economiche di apertura del 1991, cominciò a diversificare l’approvvigionamento bellico affidandosi sempre più ad un partner commerciale conveniente, puntuale e fedele: Israele.

Un lungo articolo pubblicato la scorsa settimana sul magazine indiano Economic Times (ET) ripercorre la luna di miele che, da dieci anni, lega la seconda potenza asiatica allo Stato d’Israele. Il volume degli affari è considerevole: l’ET ha calcolato che Israele, in poco meno di dieci anni, ha venduto all’India 10 miliardi di dollari in armamenti, posizionandosi come secondo partner commerciale dell’industria bellica indiana subito dopo la Russia. E presto, considerando che le parti di ricambio russe hanno registrato un apprezzamento tra il 300 ed il 500 per cento, Tel Aviv potrebbe guadagnare il primato.

In ogni conflitto indiano, Israele non ha mai fatto mancare il proprio contributo tecnologico. Secondo i documenti ufficiali dell’epoca, ora svincolati dal segreto di stato, l’esercito indiano comprò armi da Israele per il conflitto sino-indiano del 1962, per le due guerre col Pakistan nel 1965 e nel 1971 e, più recentemente, nella guerra lampo del Kargil del 1998, che vide nuovamente gli eserciti di India e Pakistan scontrarsi nell’omonimo distretto del Kashmir. Cosa comprano gli indiani da Tel Aviv? Principalmente missili a corto raggio, sistemi di contraerea e radar, siluri per sottomarini, affidandosi anche ai tecnici israeliani per aggiornare l’artiglieria sovietica ancora in dotazione.

Senza contare le munizioni che, per la Difesa indiana, sono una delle voci di spesa più ingenti: Delhi infatti pare si stia preparando a chiudere un contratto di 200 milioni di dollari, al quale ne seguirà un altro da 1,5 miliardi di dollari, per coprire la mancanza di proiettili lasciata da alcuni incendi nei depositi di armi nel Paese, uno degli obiettivi preferiti dei maoisti indiani. In seguito agli attacchi terroristici che si verificarono in India negli anni Novanta, in particolare a Bombay, Delhi si rivolse immediatamente al mercato internazionale per potenziare il proprio esercito. Americani ed europei erano però diffidenti, non volevano condividere la loro tecnologia con un Paese che fino a poco tempo prima era uno degli alleati più solidi del blocco sovietico. Curriculum che però non indispettì Israele, pronto ad intrattenere affari senza fare troppe domande e, ove servisse, a distribuire mazzette per velocizzare le pratiche. La corruzione, dilagante nel subcontinente indiano, per le compagnie israeliane non ha rappresentato assolutamente un problema, nonostante alcune siano state inserite nelle black list di Delhi. Gli esperti interpellati dall’ET, dietro anonimato, hanno confermato che nell’ambiente le mazzette israeliane a funzionari indiani sono ormai proverbiali. Non che gli altri Paesi brillino per specchiata trasparenza – e ne sa qualcosa anche la nostra Finmeccanica – ma Israele pare abbia una marcia in più. “C’è una differenza enorme tra i russi e gli israeliani. I russi corrompono solo i dirigenti, gli israeliani corrompono tutti” ha spiegato una fonte del magazine indiano. 

di Matteo Miavaldi