A rileggere le cronache di questi giorni, di questi mesi e di questi anni, si ha un quadro completo della nostra società. Quella italiana. Una società in piena decadenza da anni, forse da decenni, ammorbata dalla politica e ancor peggio sovrastata dalla politica. Una politica però governata dalle solite facce da decenni, scialbe, inconcludenti ed immorali. 

Una politica che ha condizionato la crescita (non solo economica, quanto quella culturale, intellettuale, morale) di questo Paese, castrandone i sogni, gli slanci, le passioni, le enormi potenzialità. Soprattutto una politica partenogenetica, fine a se stessa, solo con l’intento di detenere il potere e di arricchirsi. Avida, ingorda, arrogante, impudica, autoreferenziale, soffocante, paralizzante, antimeritocratica, indulgente con i disonesti e spietata con gli onesti.

Un Paese che vive di sola politica è un paese malsano. Se poi vive di politica disonesta diviene un paese devastato da metastasi. Le parti sane sono state aggredite da queste metastasi. Un corpo bello, fiero, ricco di arte e intriso di cultura, con una creatività straordinaria e con un cuore pulsante. Eppure piegato e piagato dalle solite facce avvizzite, veri untori della mediocrità e dissipatori del cuore etico che pulsa, perlomeno nei nostri primi anni di vita.

Un Paese dal quale tutti vogliono fuggire perché non c’è più futuro e non c’è nemmeno un presente, castrati dallo spread e dal debito pubblico, da un’Agenzia delle Entrate aggressiva che considera tutti evasori, da centinaia di tasse e di micro tasse occulte, da disservizi di ogni tipo verso il quale non puoi più nemmeno sperare di chiedere giustizia poiché è stata “deflazionata” da un legislatore ingannevole, misero e disperato, il quale invece di riformare, deflaziona i diritti. Un Paese in preda al delirio, affidato ad un governo autoritario che ha introdotto un regime emergenziale, speciale in ogni campo, certo edulcorato ma imponendo a tutti di bere l’olio di ricino. Con garbo, con le lacrime della Furor nero, con la Passera che appare e scompare illudendoti di dartela (la ripresa, s’intende), con i declivi dei Monti e dei mari, un giorno giù ed uno su, accecati dalla luce dell’annunciazione (si vede e non si vede).

In questo vortice di sospensione della democrazia si aggirano le anime dei dannati, ignari questi ultimi della propria colpa se non quella di avere votato per decenni l’armata Brancaleone, cloroformati dall’illusionista di turno (sempre lo stesso, “mi consenta, venghi, mi voti e la renderò miliardario come me”) attraverso la Tv dopante con la micro dose giornaliera, e ben sostenuti dai collaborazionisti di turno, apparentemente avversari.

In questi giorni è di nuovo riesploso il marcio, il conato di vomito che ci ha imbrattati di recente, dai Lusi ai collusi, dai Formigoni ai Daccò, sino ai Fiorito e a tutti gli altri giardinieri. Vien da dire “così fan tutti” ed il popolo bue lo sapeva, l’ha ripetuto per anni (“è tutto un magna magna”, “so tutti uguali”) anche se in molti casi ha partecipato al banchetto. Briciole in cambio della cessione del nostro futuro.

Viene in mente la nota canzone della Ferri: “Fatece largo che passamo noi, li giovanotti de sta Roma bella, semo ragazzi fatti cor pennello, (…) Ma che ce frega, ma che ce importa, (…) Ce piacciono li polli, l’abbacchi e le galline, perchè so senza spine, nun so come er baccalà. La società de li magnaccioni, la società de la gioventù, a noi ce piace de magna’ e beve, e nun ce piace de lavora’.”.

Parliamo di un paio di milioni di persone che vivono di politica direttamente o indirettamente. Dunque di un cancro difficile da estirpare. Eppure si può ma tutti si chiedono come. Intanto le prossime elezioni, politiche e amministrative, divengono vitali per cambiare. Dobbiamo andare in massa a votare perché l’astensionismo sarebbe un suicidio. Dobbiamo cancellare tutte le vecchie facce, soprattutto se di lungo corso, a meno che non abbiano dimostrato sul campo di essere amministratori irreprensibili e capaci. Dobbiamo pretendere che tutti i nuovi candidati mettano on line il proprio CV ed indichino i conflitti di interesse. Dobbiamo pretendere che la politica sia transitoria, dopo un paio di mandati tutti a casa. Dobbiamo pretendere subito le vere riforme (fisco, giustizia, stato sociale, istruzione e ricerca, taglio di tutte le spese della politica). Dobbiamo pretendere i confronti tra i candidati come negli Stati Uniti (ne avete mai visto uno in Italia?). Necessitiamo di più giovani e più donne ma soprattutto di gente onesta, appassionata, disinteressata. La politica non è una opportunità ma è un servigio al Paese e deve perseguire esclusivamente gli interessi pubblici. Non delle banche, del Vaticano e dei forti gruppi di potere (incluse le mafie). Dobbiamo pretendere. Dobbiamo impegnarci. Ora.