Lo star bene, con se stessi e con gli altri, è un qualcosa che si impara, anche leggendo. Grazie ai libri facciamo esperienze per così dire con l’immaginazione, senza farci male.

Invece si va dallo psicologo quando non si hanno gli strumenti per gestire malessere e problemi. Ma a me pare che a volte la questione sia didattica, più che terapeutica, una sorta di educazione alla competenza emozionale e sociale, ed anche il counseling, filosofico o meno, è un’attività pedagogica intorno al come pensare in modo utile allo scopo appunto di star bene.

Oggi si legge molto meno, malgrado la quantità di libri in circolazione, e, chissà, forse c’è una relazione col malessere diffuso.

‘Non occorre star male per poter stare meglio’, diceva Virginia Satir. L’allenamento alla consapevolezza, all’osservare i meccanismi automatici della propria mente ci aiuta a star meglio senza aspettare di sentire il bisogno di andare da un terapeuta.

Da un punto di vista di storia sociale i metodi cognitivi e sistemici, più educativo-didattici che terapeutici, inventati in America dopo la seconda guerra mondiale, rispondono ad un disagio dilagante, generale, inteso non come malattia mentale ma come situazione culturale, antropologica.

La nostra percezione selettiva, ad esempio, ci fa dare per scontato il comfort che abbiamo, in confronto a cent’anni fa, mentre le nostre aspettative e i nostri desideri non hanno limite, ed è difficile sopportare la solitudine e il senso di vuoto della vita moderna. Questa ci ha liberato dai limiti imposti dalle società tradizionali: ognuno può realizzarsi e scegliere che tipo di vita progettare, il che significa tuttavia anche richiedere molto di più da se stessi e provare delusione per quel che non si riesce a raggiungere.

Lo spiega bene Alain de Botton, nel suo ‘l’importanza di essere amati’.

In un suo libro Albert Ellis, lo psicologo americano che nel 1955 haideato la ‘terapia razionale emotiva’ o ‘cognitivo-comportamentale’ scrive che ‘i conflitti dell’anima non solo non sono necessari’, ma anzi sono ‘immorali’: infatti quando si è in ansia o depressi, questi comportamenti sono autodistruttivi, per cui siamo ingiusti e sleali, verso noi stessi. E il nostro disagio, la nostra negatività, è un peso per chi ci sta intorno. Amici e parenti si preoccupano, per cui danneggiamo il nostro ambiente. Non solo il nostro benessere, anche quello degli altri intorno a noi ne risente. Se rispettiamo il bisogno degli altri di star bene e li teniamo considerazione, insomma, saremo motivati ad imparare a gestire le nostre emozioni.

Evidentemente nessuno ‘sceglie’ consapevolmente di star male, mentre, in una certa misura, si può ‘scegliere’ di smettere. Tuttavia non si tratta di ‘sentirci in colpa’ se stiamo male, e riuscire così a stare anche peggio.

Le tradizioni buddista e degli stoici hanno già notato da secoli che le emozioni sono legate al modo di pensare.

La capacità di osservare i propri pensieri e i loro effetti sul proprio stato mentale è una caratteristica degli esseri umani, l’antropologo Plessner la definiva il nostro essere ‘eccentrici’ a noi stessi, il nostro poter osservare quel che ci passa per la mente. E criticarlo, perfino, oppure sospendere il giudizio e osservare e basta, con distacco benevolo. Il che ci da la possibilità della crescita personale, dell’educazione permanente della propria vita emozionale, e quindi del proprio modo di relazionarci agli altri. Dire ‘non ci si può non arrabbiare…!’ implica il credere in un automatismo: di fronte alla situazione x si reagisce con y. Mentre le reazioni degli esseri umani sono molto diverse, e dipendono dal significato che le persone assegnano alla loro esperienza.

Forse non sempre possiamo sentirci come preferiamo sentirci, ma possiamo occuparci di stati d’animo spiacevoli interpretandoli come segnali: che cosa esattamente ho notato, e che significati sto dando, e sulla base di quali aspettative personali, per riuscire a sentirmi così come mi sento?